“Public History” e “Storia Pubblica” nella Rete more

Ricerche storiche. A. XXXIX N. 2-3 (maggio-dicembre 2009) Media e storia edited by Francesco Mineccia & Luigi Tomassini

_ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE “…Il faut essayer de parvenir à ce que ceux qui vous entendent se sentent concernés intimement et collectivement par le passé de ceux qui ont vécu avant eux.” Arlette Farge, entretiens avec Jean-Christophe Marti: Quels bruits ferons-nous?, Paris: Les Prairies ordinaires, 2005, pp. 28-29. 1. Introduzione: si parla di Public History, di Memoria, di Rete e di Fotografie in Rete Una delle maggiori novità accademiche nel campo della storia e delle materie umanistiche della fine dell’ultimo millennio negli Stati Uniti è certamente l’istituzionalizzazione della Public History. Questa disciplina ha preso forma ed ha conquistato una sua autonomia anche facendo breccia nei dipartimenti di storia delle maggiori università e nelle istituzioni culturali tradizionali della storia, come biblioteche, musei e archivi, pubblici e privati. L’impatto dei nuovi media del contemporaneo, ma soprattutto della rete internet, ha permesso di diffondere ulteriormente pratiche e risultati della storia pubblica nella società americana. Ormai codificata negli Stati Uniti, dopo una nascita che, come vedremo, sa di “britannico”, la Public History tenta di diffondersi anche in Europa continentale e in Italia, spesso sotto forme e nomi diversi. È l’inizio di un discorso più approfondito sul rapporto della storia pubblica con i media e, in particolare con la rete internet, che costituisce l’oggetto del mio contributo a questo numero monografico di “Ricerche Storiche” consacrato a “storia e media”. Fare public history oggi non significa solo insegnare o divulgare un certo tipo di storia concretamente applicata ai problemi dibattuti oggi nell’arena pubblica, con l’aspirazione di raggiungere un ampio pubblico. Significa anche fare una storia in contatto diretto con l’evoluzione della mentalità e del senso delle appartenenze collettive delle diverse comunità che convivono all’interno dello spazio nazionale e nel villaggio globale e valorizzare lo studio delle loro identità. _ _ _ _ _ p q g 276 SERGE NOIRET Certo la Public History è anche storia fatta sul terreno, tra la gente che produce testimonianze della storia stessa. L’esercizio della Public History fa leva su diversi “supporti” mediatici, e non soltanto su quelli tradizionali, come la scrittura, e raggiunge un vasto pubblico coinvolto nelle pratiche della storia pubblica. La Public History usa molti modi per comunicare, ma la rete è entrata con prepotenza per diffondere le sue realizzazioni con siti e comunicazioni di storia che possano cambiare anche lo stesso rapporto con gli eventi del passato recente, ricollocandoli in una più vasta costruzione, quella delle memorie individuali e collettive. Il Public historian offre storiografia, crea fonti, costruisce siti per aumentare la consapevolezza della storia e la permanenza delle memorie collettive al di fuori degli ambienti accademici, anche con operazioni di divulgazione scientifica e d’insegnamento della storia al servizio di datori di lavoro pubblici, ma anche privati. Il lettore spero mi perdonerà alcuni necessari schematismi: non ho qui la possibilità di approfondire, ma solo di tentare di riassumere, i momenti salienti della nascita della Public History negli USA verso la metà degli anni ’70, grazie all’influenza britannica. Vorrei poi anche indicare alcuni esempi di come una disciplina che non è, peraltro, nominata come tale, ovvero, come “Storia Pubblica” si è anche diffusa in Italia. Il passaggio obbligato per capire come questa si diffonde sta nello studio del medium che permette di integrare tutti gli altri al suo interno per diffondere discorsi di storia e sulla storia: la rete internet. La rete è anche, nel caso della storia pubblica, un valido ausilio alla perdita dell’autorialità. Proprio la Public History, spesso, presuppone la sparizione dell’“autore” nel senso conosciuto dagli storici accademici e dal loro sistema di pubblicazioni seriali e monografiche. Infatti, la storia pubblica consiste di collaborazioni pluri-disciplinari e d’integrazioni tra linguaggi professionali diversi. Il prodotto di un esercizio di storia pubblica, quello che emerge alla fine del processo realitivo è molto raramente da ricondursi al lavoro del singolo storico e investe molteplici forme di comunicazione: un parco pubblico, una ricostruzione storica (“reenactment”), un restauro urbano, una mostra reale o virtuale, oppure anche, la creazione di un sito web, di un prodotto televisivo, di un film. Anzi, i titoli di coda che sfilano ancora sui nostri schermi cinematografici, quando il pubblico è già uscito, sarebbero utili proprio per offrire un riconoscimento ai vari autori che contribuiscono a creare un oggetto di “Public History”. Il mio intento è anche quello di allacciare il discorso americano al continente europeo e all’Italia in particolare, per capire se e come, finora, la storia sia diventata anche “pubblica” soprattutto, attraverso l’uso della rete. Per fare ciò, devo subito sgomberare il campo d’indagine da due usi della storia che non considererò in questa sede. Il primo è la storia prodotta pubblicamente da qualsiasi individuo non storico di professione. Il secondo è “l’uso pubblico della storia” nell’accezione utilizzata da un gruppo di storici riuniti in convegno nel 1993 a Roma, presso l’Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza (IRSIFAR) sulla scia della nota controversa storiografica tedesca chiamata Historikerstreit e del- _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 277 l’intervento di Habermas1. Nel convegno del 1993 emerse un uso pubblico della storia per fini politico-ideologici, per cui la storia viene re-inventata a piacere seguendo fini strumentali2, cosa ovviamente ben distinta dagli scopi della “Public History” americana, che promuove l’uso pubblico scientifico della storia, e quindi un’uscita della storia scientifica sulla piazza pubblica fatta da tanti “pubblici” diversi di quelli accademici. Bisogna riconoscere che negli ultimi anni, anche in Italia, grazie alla presenza nei media di storici professionisti, il concetto di storia pubblica è andato assumendo caratteristiche più simili a quelle proprie della public history americana. Tuttavia, è ancora diffusa la tendenza a confondere la public history con il “cattivo uso” della storia scientifica a fini “revisionisti.” Di fatto gli storici accademici italiani parlano di “uso pubblico della storia” – e non di “storia pubblica” nell’accezione americana – quando intendono contrastare la rivalutazione della storia del fascismo e specialmente della repubblica sociale o stigmatizzare chi minimizza la partecipazione italiana alla Shoah, o chi, addiritura, ne nega l’esistenza. Gli storici accademici italiani tentano così di contrastare una rilettura della storia con i consequenti effetti pubblici – gli “usi” – di una tale manovra ideologica e culturale, volta a “pubblicamente” riscrivere la memoria collettiva dell’Italia Repubblicana. Vi è così un’entrata nell’arena “pubblica” – anche con i mezzi mediatici utilizzati dalla “Public History” americana – a difesa dei valori storici della resistenza al nazi-fascismo di chi possiede le chiavi professionali per interpretare il passato contro “l’uso pubblico”, politico e strumentale di una storia deformata in funzione delle necessità ideologiche contingenti di una parte dell’arco politicopartitico. La “Public History” deve essere invece intesa come più vasta concezione della storia concepita per essere trasportata verso un largo pubblico di non addetti ai lavori usando di mezzi moderni di comunicazione per farlo. Public History è discesa della storia nell’arena pubblica, confronto con pubblici diversi, ed uso sistematico, per farlo, dei media di comunicazione di massa: la radio, la televisione, la rete per fare storia. Inoltre, la Public History porta anche la storia ed i problemi storici nella società intesa con le sue variegate sfaccettature. La Public History è anche fruizione di discorsi storici per diletto culturale, ma esprime anche la volontà di molti soggetti che si situano al di fuori dell’ambiente universitario, di capire più in profondità i problemi del presente alla luce della loro storia. È una pratica scientifica della storia e dei metodi storici, è soprattutto J. Habermas, L’uso publico della storia, in G.E. Rusconi (a cura di), Germania: un passato che non passa., Torino, Einaudi, 1987. 2 Alcuni interventi di quella conferenza sono stati poi raccolti a cura di Nicola Gallerano in un libro, L’uso pubblico della storia, Milano, Franco Angeli, 1995. Oggi si parla addirittura, per chi fa un uso politico-ideologico spinto all’estremo della storia come i “negazionisti”, di “assassini della memoria” perché negano la verità storica delle deportazioni e dell’Olocausto. Su queste problematiche si veda S. Noiret, Riflessioni sui risultati dell’indagine: Storia e Memoria nella Rete, in A. Criscione, S. Noiret, C. Spagnolo e S. Vitali, La Storia a(l) tempo di Internet: indagine sui siti italiani di storia contemporanea, (2001-2003)., Bologna, Pátron editore, 2004, pp. 295-352. 1 _ _ _ _ _ p q g 278 SERGE NOIRET la capacità di offrire una profondità analitica agli eventi da contestualizzare e da documentare con le fonti; si tratta con il metodo storico di rendere più problematica l’analisi degli eventi. È anche fare la storia di alcuni eventi contemporanei per conto di datori di lavoro pubblici e privati fuori dell’università stessa. Si tratta infine di investire sulla memoria non soltanto usando le tecniche di conservazione delle fonti della contemporaneità, ma anche costruendole in ambiti virtuali (radio, televisione, fotografia, rete) o “fisici” (quando si pianificano parchi storici, musei e monumenti commemorativi), che immettono la storia nel quotidiano e introducono nella vita pubblica delle società la ricerca delle loro identità passate. Ben prima della nascita del web, che avrebbe trasformato profondamente le potenzialità di attrazione di un vasto pubblico da parte della Public History, vennero presto individuati altri mezzi di comunicazione di massa – radio, televisione, cinema –, come mezzi naturali per fare un tipo di storia orientato verso un pubblico di non addetti ai lavori. Si pensi oggi per esempio a “La storia siamo noi”, un programma televisivo della RAI che tenta di unire narratori e pubblico3 o, in Gran Bretagna, (con distribuzione internazionale) al canale satellitare History Channel4. La “Public History” americana nacque così, come un nuovo campo appartenente alle discipline storiche, proprio trent’anni fa, nel 1978. I suoi ideatori asserivano che la storia dovesse vivere anche al di fuori delle università, nelle varie comunità che riflettono su loro stesse e cercano una loro identità anche culturale e antropologica. La Public History nasce anche perché gli storici vogliono portare la storia verso istituzioni, imprese, comunità, che, hanno una loro storia, ma che della storia – e della loro storia – non fanno tesoro per la comprensione del presente e la risoluzione di problemi economici, politici, sociali, urbani, ecologici, ecc. Difatti, gli storici pubblici pensano che ad appropriarsi della storia (oltre che della loro storia), devono essere il governo degli Stati Uniti e tutte le amministrazioni federali degli stati e locali, le imprese e le diverse tipologie di istituzioni culturali come i musei, le associazioni di storia locale, i parchi storici o le società storiche nelle varie gradazioni, realtà territoriali e comunità etniche5. La storia orale e le sue associazioni e riviste hanno un ruolo importante nel contribuire alla costruzione di oggetti di storia pubblica e, conseguentemente, alla sua definizione come disciplina6. 3 La storia siamo noi. La televisione da conservare, URL: [http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/]. Il programma di Giovanni Minoli direttore di Rai Educational, sulla storia, anche molto recente dell’Italia, ricalca il modo di fare e di interagire con la contemporaneità dei Public Historians americani. Minoli usa oltre la televisione in diretta, anche della rete che conserva le varie puntate e che permette di ritornare su di esse e di dibattere nella “community” accessibile direttamente dal sito stesso. 4 History, la TV che fa storia, URL: [http://www.historychannel.it/]. Una sintesi delle attività del canale satellitare di storia si può trovare nella Wikipedia: The History Channel, URL: [http://it.wikipedia. org/wiki/The_History_Channel]. 5 G.W.J. [G. Wesley Johnson], Editor’s preface, in “The Public Historian”, 1/1, 1978, pp. 4-10. 6 Th. A. Woods, The Challenge of Public History, in “The Oral History Review”, 17/2, 1989, pp. 97-102, URL: [http://www.jstor.org/stable/3675153]. _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 279 Si tratta spesso di indagare un passato recente più che contemporaneo e di spiegare i motivi del presente (ogni tanto si parla addirittura di “forecast” di previsioni alla luce del passato) usando una percezione articolata delle ragioni del passato, la capacità di distacco e di allargamento dei tempi dal recente presente che è proprio una delle armi migliori dello storico di professione. Un Public Historian può spiegare il presente e le scelte fatte sia ai managers delle imprese quotate in borsa, che ad un senatore che deve proporre soluzioni in politica estera. Capace di fare presa sulle questioni poste dall’oggi alla luce delle ragioni del passato, lo storico pubblico non discute soltanto con i suoi pari nelle riviste accademiche e nei congressi scientifici. Il “public historian” non rinuncia a niente dei metodi scientifici e del bagaglio di pratiche che formano la sua professione; egli si mette in giuoco nell’arena pubblica proponendo idee, piani, sintesi, mostre, racconti, percorsi, analisi che lo spingono in prima linea nei media a rispondere anche di persona ai “bisogni di storia” della società. La storia pubblica possiede come prima caratteristica quella di volersi inserire nell’arena pubblica e nei dibattiti pubblici contemporanei, fare così una storia “applicata” (applied history), in presa diretta sugli eventi contemporanei usando gli strumenti delle scienze sociali per indagare il presente. Nelle pagine che seguono, proverò ad identificare le forme caratteristiche del lavoro dei Public Historians ed il terreno sul quale costoro fanno leva. La costruzione delle memorie collettive ed individuali per rintracciare identità ed appartenenze è, nel caso della Public History, un elemento centrale del discorso epistemologico. Mi riferirò al dialogo critico su come ci si debba avvicinare alla memoria, suscitato dal lavoro di un sociologo, Maurice Halbwachs, “Les cadres sociaux de la mémoire”, pubblicato nel 1925, e dalla recensione di Marc Bloch per la “Revue de Synthèse Historique”, che inneggiava invece al punto di vista deontologico dello storico per trattare di memoria(e) e di identità. Userò come filtro della mia riflessione e filo rosso di queste note ancora e soprattutto la rete stessa e, in rete, privilegerò l’uso delle fonti fotografiche come rivelatori dei processi epistemologici della Public History e fonti adatte al ritrovamento delle memorie e delle appartenenze identitarie. Le attività di storia pubblica oggi si servono molto del web sociale, il web 2.0, tra interoperabilità, condivisione dei contenuti e creazioni a più mani. Gli esempi scelti per chiudere queste note sono il sito precursore di una Public History all’italiana, il “Museo Virtuale di una regione”, la Lombardia (MUVI) e la recente mostra fisica e virtuale della Fondazione Dalmine, Faccia a Faccia, che dialoga sul confronto tra documenti fotografici e pubblico che partecipa all’elaborazione della storia e delle sue fonti. Infine, una segnalazione per il lettore italiano che, spero, non mi serberà rancore per questo: le citazioni nel testo e nelle note sono tutte nel linguaggio originale. Questa scelta rispecchia la necessaria “globalizzazione” in positivo che la rete genera nel suo lettore quando la si avvicina come fonte primaria. _ _ _ _ _ p q g 280 2. La Public History “negli Stati Uniti” SERGE NOIRET “In conjunction with NCPH’s [National Council on Public History] 30th anniversary celebration, taking place in 2009-10, …, we’ve launched an online brainstorming session that we’re calling “Forward Capture: Imagine the Future of Public History.” We’re interested in hearing your thoughts on where the field might go from here.”7. Questa domanda sul futuro della disciplina Americana chiamata Public History è tipica del coinvolgimento e delle interazioni che, per definizione, suscita la Public History. Essa ci permette di introdurre una riflessione su cosa è stata finora, negli USA, la “storia pubblica” e quali siano state le peculiari caratteristiche, il campo d’azione e le problematiche (attività, rapporto con la memoria, problema dell’obiettività, rapporti con il suo pubblico, luoghi dove è fatta, uso dei media, ecc.) di quello che venne definito dalla metà degli anni ’70, il public history movement8, un movimento per nulla univoco nel quale concetti e definizioni, metodologie e spazi di studio sono tutti elementi tuttora oggetto di feconde discussioni. Una stringata definizione di quello che pare essere il suo campo di studio è data dal Australian Centre for Public History che ha sede presso la “University of Technology” di Sidney in Australia. L’Australia è uno dei pochi paesi ad offrire un programma di studio che possa poi concludersi con un “research degree” a livello di master o di dottorato nel campo che ci interessa qui. “What is Public History? Public History in Australia has been defined as ‘the practice of history by academically trained historians working for public agencies or as freelancers outside the universities’. Public historians may work in heritage conservation, commissioned history, museums, the media, education, radio, film interactive multimedia and other areas. They are people who have asked: ‘What is history for?’ And they are concerned with addressing the relationship between audience, practice and social context. Public history, however, is an elastic term that can mean different things to different people, locally, regionally, nationally and internationally. The democratisation of ‘history making’ and the rise of professional historians’ associations have also blurred simple definitions. Public representations of the past, official or otherwise, which marginalise or abuse history raise other vital questions for all concerned with public histories.”9. La Public history, nell’accezione più generale accettata dal comitato direttivo del “National Council for Public History” americano è, “a movement, methodology, and 7 E-mail di H-Public, URL: [www.h-net.org/~public], lista di discussione sponsorizzata dal National Council on Public History, URL: [www.ncph.org], Re: An invitation to join H-Public and NCPH in the spaces of Web 2.0!, 22 dicembre 2008. 8 “… one can begin to speak of the appearance of the “public history movement” by 1977-78”, scrive G. Wesley Johnson, The Origins of “The Public Historian” and the National Council on Public History, in “The National Council on Public History: Reflections on a Twentieth Anniversary, in The Public Historian”, 21/3, 1999, pp. 167-179, URL: [http://www.jstor.org/stable/3378969]. 9 Australian Centre for Public History, URL: [http://www.publichistory.uts.edu.au/]. Il centro creato a Sidney nel 1998, e diretto da Paul Ashton e Paula Hamilton offre una formazione scientifica appoggiata su altri “curricula” di studio dell’università e pubblica una rivista, creata nel 1992, e passata in formato _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 281 approach that promotes the collaborative study and practice of history; its practitioners embrace a mission to make their special insights accessible and useful to the public”10. Le pubblicazioni – ed i dibattiti anche talvolta molto accesi – che trattano della definizione di cosa fosse la Public History, e dei suoi metodi di lavoro capaci di rispondere a domande epistemologiche specifiche, sono ormai molto numerose negli USA11. elettronico dal 2006, la “Public History Review”, URL: [http://epress.lib.uts.edu.au/ojs/index.php/phrj]. La rivista che si apre alla storia pubblica di tutti i continenti e non si limita all’esperienza australiana si autodefinisce come “a wide ranging, interdisciplinary journal devoted to providing a forum for debate and discussion of the diverse field of practice known as ‘public history’ across nations and cultures. […] And it addresses the relationship between fields of public history and their audiences. Contributors included freelance historians, academics, museum specialists, heritage practitioners, film makers, oral historians and others working in cultural areas…”, URL: [http://www.communication.uts.edu.au/centres/publichistory/review/index.html]. 10 What is Public History?, in NCPH, cit. Si veda inoltre l’interessante sintesi fatta da Cathy Stanton durante il congresso annuale del 2007 del NCPH dopo una discussione avvenuta nella lista H-Public, della quale è tuttora “editor” e che si svolse durante i mesi da maggio a luglio del 2007, H-Public Discussion Logs, in H-Public, URL: [http://h-net.msu.edu/cgi-bin/logbrowse.pl?trx=lm&list=H-Public]. C. Stanton, What is ‘Public History?’ Redux, in “Public History News”, 27/4, 2007. 11 Non posso certamente esaurire qui un discorso storiografico in tema di Public History. Rimando ad alcuni interventi importanti come quelli di R. Kelley, Public History: Its Origins, Nature, and Prospects, in “The Public Historian”, 1/1, 1978, pp. 16-28, URL: [http://www.jstor.org/stable/3377666]; D.F. Trask e R.W. Pomeroy, The Craft of Public History: An Annotated Select Bibliography, Westport, Conn.: Greenwood Press, 1983; B.J. Howe e E.L. Kemp, Public History: an Introduction, Malabar, Florida: Krieger Publishing Company, 1986; C. Kammen, On doing local history: reflections on what local historians do, why, and what it means, Nashville, Tenn.: American Association for State and Local History, 1986; S. Porter Benson, S. Brier e R. Rosenzweig (a cura di), Presenting the past: essays on history and the public, Philadelphia: Temple University Press, 1986; M. Reuss, The Myth and Reality of Policy History: A Response to Robert Kelly, in “The Public Historian”, 10/1, 1988, pp. 41-49; Th. J. Karamanski, Ethics and Public History: An Anthology, Malabar, Florida: Krieger Publishing Company, 1990; G. Davison, Paradigms of public history, in Australian Historical Studies, 24/97, 1991, pp. 4-15; M.G. Kammen, The mystic chords of memory: the transformation of tradition in American culture, New York: Vintage Books, 1993; Ph. V. Scarpino, Common Ground: Reflections on the Past, Present, and Future of Public History and the NCPH, in “The Public Historian”, 16,/3, 1994, pp.11-21; D. Hayden, The Power of Place: Urban Landscapes as Public History, Cambridge, Mass.: MIT Press, 1995; G. Parati, Public history, private stories: Italian women’s autobiography, Minneapolis: University of Minnesota Press, 1996; R. Rosenzweig, The presence of the past: popular uses of history in American life, New York: Columbia University Press, 1998; S.F. Roth, Past into present: effective techniques for first-person historical interpretation, Chapel Hill: University of North Carolina Press, 1998; il numero speciale: The National Council on Public History: Reflections on a Twentieth Anniversary, in “The Public Historian”, 21/3, 1999, URL: [http://www.jstor.org/stable/i276257]; A.A. Jones, Public History Now and Then, in “The Public Historian”, 21/3, The National Council on Public History: Reflections on a Twentieth Anniversary, 1999, pp. 21-28, URL: [http://www.jstor.org/stable/3378956]; H.A. Huyck, Twenty-Five Years of Public History: Perspectives from a Primary Document, in “The Public Historian”, 21/3, The National Council on Public History: Reflections on a Twentieth Anniversary, 1999, pp. 29-38, URL: [http://www.jstor.org/stable/ 3378957]; D.E. Kyvig, e M.A. Marty, Nearby history: exploring the past around you, Walnut Creek, CA: AltaMira Press, 2000; R. Conard, Benjamin Shambaugh and the intellectual foundations of public history, Iowa City: University of Iowa Press, 2002; A.E. Coombes, History after apartheid: visual culture and public memory in a democratic South Africa, Durham: Duke University Press, 2003; J. de Groot, Consumino History. Historians and heritage in contemporary popular culture, London: Routledge, 2009. _ _ _ _ _ p q g 282 SERGE NOIRET Questa pluralità di definizioni testimonia della difficoltà di circoscrivere con precisione i limiti territoriali professionali della disciplina. Oltre a quanto viene fatto dal NCPH e dalle sue diverse pubblicazioni, vi sono anche altri tentativi definitori offerti da un utile Public History Resource Center12, sito web al servizio della comunità degli storici pubblici, creato nel 1999 nel Maryland13, oltre che nella lista di distribuzione H-Public14 – parte del sistema H-Net –, ed infine dalla “National Coalition for History” (NCH) di Washington15. Tuttavia sono i convegni annuali della NCPH organizzati dal 1979, fino all’ultimo nell’aprile 2009, che testimoniano della complessa e costante ricerca di una definizione per garantire un futuro alla disciplina e un suo allargamento professionale16. Definire così accuratamente la Public History è cosa difficile, anche se il NCPH non solo offre una complessa lettura del campo professionale stesso, ma ha di recente ristrutturato e votato (2007) una versione aggiornata dello statuto e delle regole interne dell’associazione che sono in realtà un codice deontologico approfondito per i Public J. Evans, What is Public History?, Written and Mounted May 8, 1999 – Revised September 2000, URL: [http://www.publichistory.org/what_is/definition.html]. Un altra utile definizione viene dal Kansas: “The purpose of the Society of Public Historians” is to propose interest in the study and practice of Public History. This include s local and community history, corporate history, archives, museums, and living history…” Dr.Jay M.Price, Director of the Public History Program at Wichita State University, in SPS, Society of Public Historians, URL: [http://webs.wichita.edu/?u=SPH&p=/Home] (Wichita State University in Wichita, Kansas, USA). E ancora “Public History brings historical scholarship to audiences in non-academic settings. These activities include museum work, historic preservation, archives, contract work, policy analysis, community history, scholarly publishing, and support for businesses and institutions. This work combines the skills and knowledge common to all historians with an understanding of how to convey historical knowledge in a variety of forms. Writing for non-academic audiences, creating exhibits, surveying historic properties, and cataloguing collections of documents and artifacts are just some of the activities that public historians engage in…”, Wichita State University: Public History Program, URL: [http://webs.wichita.edu/?u=history&p=/PublicHistory/]. 13 Towards broader horizons, Annual meeting of the national council on public history, 2-5 April 2009, cit. History of PHRC, URL: [http://www.publichistory.org/about_phrc/index.asp#history]. 14 «H-Public, a member of H-Net Humanities & Social Sciences OnLine. H-Public is affiliated with The National Council on Public History, founded in 1980, a rapidly growing organization that serves an expanding profession as well as diverse publics. Devoted to the promotion of public history both within the profession and among our assorted public audiences, NCPH provides the means for professional development and networking among practicing public historians, educating and advising students about careers in public history, and working to advance the cause, awareness, and appreciation of the use of history in daily life. “, in H-Public, URL: [http://www.h-net.org/~public/]. 15 The National Coalition for History (NCH), URL: [http://historycoalition.org/]. “The National Coalition for History (NCH) is a Washington, D.C.-based non-profit educational organization providing leadership in history-related advocacy, serving as the profession’s national voice, and acting as a clearinghouse of news and information.” 16 Come ricorda la presidentessa dell’associazione, Marianne Babal, storica appartenente al Wells Fargo Historical Services, al momento di varare un blog per accompagnare i lavori della conferenza annuale del NCPH del 2009. NCPH 2009 Conference Blog, [http://ncph2009.blogspot.com/]. 12 _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 283 Historians e per la Public History stessa. Le cosiddette “by-laws”17 (lo statuto spesso emendato della NCPH) propongono regole deontologiche ed etiche per il comportamento professionale di un “public historian” che vertono su alcuni aspetti complementari della professione: la responsabilità del Public Historian nei confronti del suo pubblico e quella invece nei confronti del cliente e del datore di lavoro; la responsabilità professionale personale nei confronti della sua stessa professione e dei colleghi e la necessità di ricollegarsi al concetto di “obiettività”18. Malgrado queste numerose elaborazioni teoriche e anche statutarie, secondo Lynn H. Nelson, professore emerito di storia medievale della Kansas University a Lawrence e uno dei veri pionieri della “digital history” negli USA, rimane pur sempre difficile elencare un preciso curriculum professionale per preparare uno storico a professare la Public History19. In questa valutazione, Nelson non è isolato perché molti interventi nel corso della discussione sulla lista H-Public e riassunti da Cathy Stanton, la curatrice della lista, vertono proprio sull’impossibilità di trovare un compromesso tra l’idea di ammettere chiunque faccia storia fuori dall’università e per un pubblico di non addetti ai lavori ed, invece, quella di ammettere solo chi, per fare ciò, abbia conseguito una formazione adeguata di Public Historian. Kathy Corbett and Dick Miller criticano la definizione larga data dal direttivo della NCPH e citata più sopra. Essi sostengono che solo chi sia formato come storico di professione possa fare della storia pubblica indirizzandosi con professionalità verso pubblici non direttamente competenti per collaborare ad un miglioramento della presenza della storia nella società e, soprattutto, rendere la storia utile alla società. Per loro, risultano ormai superate le motivazioni “movimentiste” e a carattere sociale che avevano contribuito negli anni ’70 alla nascita della disciplina20. 17 NCPH Code of Ethics and Professional Conduct adopted by the Board of Directors of the National Council on Public History, April 12, 2007, URL: [http://www.ncph.org/AbouttheCouncil/BylawsandEthics/ tabid/291/Default.aspx]. Le regole adottate nel 2007, rimpiazzavano quelle votate nel 1986. 18 Pubblicato sotto gli auspici della NCPH si veda di R.H. Lopata, Are expert witnesses whores? Reflections on objectivity in scholarship and expert witnessing, e di J. Morgan Kousser, Clio meets Portia: objectivity in the courtroom and the classroom, in Th. J. Karamanski, Ethics and Public History: An Anthology, Malabar, Florida: Krieger Publishing Company, 1990, cit., e dello stesso autore, Reflections on Ethics and the Historical Profession, in “The Public Historian”, 21/3, 1999, pp. 127-133, URL: [http://www.jstor.org/stable/ 3378965]. Rimando poi a R. Harrison, A. Jones e P. Lambert, Methodology: “scientific” history and the problem of objectivity, in P. Lambert e Ph. Schofield (a cura di), Making History. An introduction to the history and practices of a discipline, London: Routledge, 2004, pp. 26-37. 19 “In September 1993, just after Mosaic was released, Nelson made HNSource available through the new web protocols, and it became one of the first historical sites on the web-perhaps the very first”, in D. Cohen e R. Rosenzweig, Digital History: A Guide to Gathering, Preserving, and Presenting the Past on the Web, Philadelphia: University of Pennsylvania Press, 2005, cit., URL: [http://chnm.gmu.edu/ digitalhistory/exploring/1.php]. 20 “Corbett and Miller questioned whether public history really is a movement, methodology, or even an approach. “Movement” seemed to them to be apt for the element of social activism that helped to launch public history in the 1970s, but they wondered if the term was still applicable for a field that has become _ _ _ _ _ p q g 284 SERGE NOIRET La Public History come disciplina oggi negli USA, sarebbe ancora, secondo Lynn H.Nelson, un tentativo di divulgazione e di semplificazione agile verso pubblici scevri dei più basilari elementi della conoscenza storica anche nazionale, usando dei media più idonei per farlo: “Public History in the United States means the presentation of History to an audience not familiar with the subject being presented. […] In short, the public historian is the means by which historical actuality is made attractive and understandable to the American public […] that is deeply ignorant of its nation’s history and geography, and that sees little value in the study of, much less the appreciation of, History.”21. Il terreno sul quale soprattutto prospera la storia pubblica negli USA secondo Nelson, è quello del turismo “storico”; musei di arte e storici, zoo, festivals locali, parchi storici, per esempio. Il secondo terreno d’attrazione è invece legato alla costruzione delle identità locali soprattutto negli stati americani fieri della loro storia nazionale: “people trained in Public History expect to obtain jobs as historical museum curators, managers of public archives (such as the national and state archives, educational consultants for History curricula at the primary and secondary level, directors of state (or large local) historical societies, Army, Navy, Marine and Air Force historians, managers of re-enactment organizations and/or events, staffing the national and state historic parks and cemeteries, historical monument commissions, historic preservation boards, and the like, or as self-employed historians seeking government grants or writing such grants for local authorities, or a writers of popular historical accounts”22. La varietà di impieghi professionali disponibili per i Public Historians ha reso difficile, sempre secondo Nelson, la definizione esatta di un preciso campo d’azione per la storia pubblica: “On the other hand, Public Historians in the United States serve in so many functions that it is difficult to develop an integrated curriculum to prepare them for their careers. If there were such a curriculum, it would have to include Business Administration and Accounting, City Planning and Urban Development, Public entrenched in graduate programs and professional organizations. They argued that public history neither has nor needs a distinctive methodology, and that “approach” was too broad to be meaningful. More importantly, they were troubled by the implication that public historians had a mission to bring a special set of insights to the lay public. They proposed an alternative definition that emphasized public history as a joint endeavour in which historians and their various publics collaborated in trying to make the past useful to the public. This change in emphasis, they noted, would acknowledge the agency and creativity of all participants in history-making projects, not just the self-identified public historians.” (C. Stanton, What is Public History? Redux, in “Public History News”, 27/4, 2007, p. 1, cit.) 21 Questi commenti provengono da un email di: Lynn H Nelson, [lhnelson@ku.edu], del 25 Aprile 2008, indirizzato a Serge Noiret, [serge.noiret@eui.eu] e George Laughead Jr. [glaughead@sbcglobal.net], RE: public history. Nelson precisa che l’opera dei Public Historians spaziava in ambiti molto variegati che avevano molto a che fare con la conservazione e la preparazione delle fonti e delle testimonianze della storia locale e nazionale e che, per fare questo, usavano soprattutto la rete: “[Public History] also embraces the compilation or organization of historical data for use by public historians or by the public.” 22 Ibidem. _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 285 Relations and Advertising, Urban Archaeology, Underwater Archaeology, Public Law, Curatorship, Preservation, and a grounding in many other fields”. Per Nelson definire il campo d’azione della Public History è un miraggio: “if one cannot define a core curriculum applicable to all members of a field, one cannot define that field.”23. Delimitare il campo d’azione del Public Historian, era invece la prima riflessione dei pionieri dell’Università di Santa Barbara in California, e vorrei tornare all’editoriale scritto da G. Wesley Johnson, il suo primo editore e fondatore, al momento della nascita della rivista: “The Public Historian”24. Johnson divideva la storia pubblica in otto campi specifici, quelli che, secondo il parere del direttore del primo “Public History Studies Program” alla UCSB, componevano allora i diversi ambiti nei quali si dispiegavano le pratiche che, sommate, costituivano la disciplina chiamata “storia pubblica”. (Erano “settori” di storia pubblica – più che argomenti diversi – nei quali praticare la storia pubblica.) E circa trent’anni dopo, una tale divisione rimane d’attualità se si considera come gli “essays from the field” proposti da James B. Gardner e Peter S. LaPaglia vertono proprio sulle pratiche di storia pubblica in quei settori, ai quali, oggi si aggiunge prepotentemente la rete internet25. Il primo e più importante settore era quello delle istituzioni pubbliche e del “government”, che metteva lo storico in contatto con le operazioni amministrative e la storia di istituzioni di diversi livelli, da quello federale americano a quello locale26. In quel settore si faceva la storia delle varie “agenzie” governative, dei loro programmi e delle loro attività. Il secondo settore, era quello del “business”, ovvero della storia d’impresa, dalle banche alle industrie, dai negozi alle big corporations, ecc. Il terzo settore era quello delle istituzioni a carattere storico e di ricerca storica che avevano anche bisogno del lavoro dei Public Historians per creare programmi di storia orale. Vi erano anche liberi professionisti come i dottori o gli avvocati che cercavano di utilizzare le competenze degli storici come “consultants”, o chi commissionava lavori biografici, genealogici o di storia della famiglia. Un quarto settore, importante per dispiegare le capacità professionali dei “public historians”, era individuato nei media: film, radio, stampa – la rete allora non esisteva Ibidem. G.W.J. [G. Wesley Johnson]: Editor’s preface, in “The Public Historian”, 1/1, 1978, pp. 4-10, cit. Oggi – e dal 1986 – un premio è regolarmente offerto dalla National Council on Public History, per il miglior contributo pubblicato nella rivista “The Public Historian” in onore del suo fondatore, “G. Wesley Johnson Award for the best article”, URL: [http://www.ncph.org/Awards/GWesleyJohnsonAward/tabid/342/Default.aspx]. Johnson parla della storia della nascita della rivista “The Public Historian” in un saggio per il suo 20° anniversario nel 1999: G. Wesley Johnson, The Origins of “The Public Historian” and the National Council on Public History, cit., pp. 167-179, qui pp. 170-171, URL: [http://www.jstor.org/stable/3378969]. 25 J.B. Gardner e P.S. La Paglia (a cura di): Public history: essays from the field, Malabar, Fla.: Krieger Pub. Co., 2006. 26 Roundtable: What Is a Federal Historian?, in “The Public Historian”, 2/4, 1980, pp. 84-102, URL: [http://www.jstor.org/stable/3377644]. 24 23 _ _ _ _ _ p q g 286 SERGE NOIRET nemmeno come possibilità di scambi di messaggi elettronici – che richiedevano ricerche documentarie di carattere storico, edizione e montaggio di riprese video, ecc. Un quinto settore era quello della conservazione delle tracce della memoria anche nel territorio e nell’ambiente con l’allestimento dei siti memoriali e storici, la costruzione di mappe, di inventari, di inchieste a carattere storico. Un sesto settore contemplava il lavoro delle società storiche spesso legate al territorio e alla storia locale, ai musei di storia e ai parchi storici nazionali statali e federali. Si trattava anche in questo campo, di costruire dei programmi educativi anche di storia locale27. Un settimo settore era quello del lavoro archivistico con la costruzione di archivi e la loro gestione e conservazione. Lo storico pubblico avrebbe dovuto aiutare a selezionare i materiali da conservare e quelli da eliminare, creare programmi informatici di gestione degli archivi che tenessero conto dei problemi epistemologici degli storici e che potessero proporre materiali per usi mirati; per esempio nel caso di mostre storiche o della creazione di “oggetti” di storia pubblica come i parchi tematici od ecologici28. Infine, l’ottavo settore riguardava l’insegnamento della “Public History” nei “colleges”, ma anche nelle università. Si doveva stabilire un curriculum specifico per gli storici pubblici e formare gli aspiranti storici alle caratteristiche della storia pubblica organizzando workshops e seminari didattici. Questo settore dell’insegnamento era l’unico che aveva a che fare direttamente con l’università; cosa che, secondo l’autore dell’editoriale nel The Public Historian, confermava l’appartenenza della storia pubblica alla società nel suo complesso e non soltanto all’università e alla storia accademica29. In generale l’apprendimento necessario per diventare uno storico “pubblico” era comune a tutti i settori menzionati sopra e per questo, la “Public History” si configurava come una materia a se stante. In primo luogo, rammentava Wesley Johnson, quasi sempre, nel fare della Public History, si agiva in gruppi di lavoro con diverse qualifiche scientifiche che permettevano, sommandosi, di realizzare una sintesi spesso interdisciplinare. Era buona norma lavorare in gruppo per uno storico pubblico. In secondo luogo, la PH si compiva soprattutto in funzione di progetti di ricerca che erano sponsorizzati o finanziati ad hoc. In terzo luogo, la natura stessa della PH era fatta di ricerche applicate, sul terreno, ma anche di ricerche con prospettive più concettuali ed astratte che venivano richieste dai datori di lavoro o dagli sponsors che richiedevano ricerche storiche in loco. 27 R.B. Patterson Jr., The practice of Public History in local historical agencies, Museums and Societies, in Public history: essays from the field, cit., pp. 295-306; B. Franco, The practice of Public History in urban history museum and historical societies, in Ivi, pp. 307-324; Ch. F. Bryan, The practice of Public History in State Historical Agencies, Museums and Societies: a constant change, in Ivi, pp. 325-344. 28 R.H.Tryon, “Archivists and Records Managers, in Ivi, pp. 57-74. 29 G.W.J. [G. Wesley Johnson], Editor’s preface, in “The Public Historian”, cit., qui pp. 6-7. _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 287 Un quarto principio era che il PH andasse oltre la didattica della storia. Il PH non era soltanto un insegnante o un educatore, ma doveva possedere delle competenze scientifiche e professionali come storico ed essere capace di redigere un saggio storiografico con ampio uso di materiali e di fonti, proprio per proporsi come agguerrito “consultant”: “historical skills are just as important and usable whether one is called educator, research director, communications specialist, corporate monitor, records manager or Public Historians.”30. Nel 1981, la New York University lanciava il suo primo corso in “Public History”, che venne definito da Paul Mattingly e Daniel Walkowitz – ideatori del corso – come history for diverse publics, not just for other historians. Esso nasceva sulla falsariga dell’idea “movimentista” e di apertura al sociale che aveva animato i pionieri britannici ed americani della disciplina31. I corsi che formavano la spina dorsale della nuova formazione degli storici che avrebbero dovuto parlare anche al grande pubblico, erano composti da un’introduzione concettuale alla Public History, un’introduzione alle caratteristiche della storia locale, allo studio della storia delle comunità sociali, etniche ed antropologiche (Community History), un’iniziazione allo studio delle politiche pubbliche, un approfondimento anche tecnico della relazione e degli intrecci tra media e storia, alla storia orale e all’uso delle statistiche e dei metodi di altre scienze sociali. La formazione degli studenti avveniva anche attraverso discussioni interattive – sulla falsariga di quanto, come vedremo in seguito, avveniva a Oxford negli “history workshops” diretti da Raphael Samuel – su temi di interessi attuali con una dimensione storica. Si facevano anche letture pubbliche in argomento e visite alle mostre di storia locale come quelle che documentavano la storia del porto di New York; lezioni di storici pubblici che lavoravano per conto delle amministrazioni pubbliche e private e il mondo dei media; senza dimenticare il ruolo del cinema e delle rappresentazioni teatrali a carattere storico. Gli studenti beneficiarono sempre, nella prima metà degli anni ’80, di collaborazioni con il South Street Seaport, il New York Chinatown History Project e l’American Social History Project alla Columbia University. Il Chelsea History Workshop del 1982 permise agli studenti in public history di presentare il loro lavoro alla popolazione del quartiere con diapositive, letture dal vivo, recitazioni drammatiche, tutto per illustrare, nel modo più adatto al registro multi-mediale della storia pubblica, la storia di Chelsea, un quartiere all’Ovest di Manhattan. Ivi, p. 8. “The program developed was based on three key stipulations: 1) the content of the program would draw centrally upon the ‘new social history’; 2) the curriculum offerings would, include a logical sequence of mandated courses (with a few electives); 3) these required courses would take advantage of our immediate historical context, the urban culture of New York City”, A. Back, New York University’s Program in Public History, in “History Workshop Journal”, 22, 1986, pp. 203-204, URL: [http://www.jstor.org/ stable/4288731]. 30 31 _ _ _ _ _ p q g 288 3. Spazi professionali della Public History negli USA SERGE NOIRET La richiesta di indagare per capire, nel 2009, dove stesse andando la Public History, con la quale ho introdotto il punto precedente, era già stata posta nel 1979 al momento della sua istituzionalizzazione come disciplina storica a se stante. In quell’anno, veniva creato il National Council on Public History degli USA e, durante il primo congresso nazionale, oltre a fare il punto su alcuni problemi definitori di cosa fosse stata fino ad allora la Public History, ci si chiedeva quale futuro le sarebbe stato riservato32. La nuova disciplina contava nel 2004, il 17% del totale dei 14.048 membri dell’American Historical Association, la società degli storici americani di professione, ovvero quelli che, non lavorando nell’università, venivano classificati automaticamente come “public historians”. Mentre quasi l’85% dei membri dell’AHA dichiarava di praticare anche occasionalmente la storia pubblica33, sempre secondo lo stesso rapporto del 2004, le aree 32 Part V. The Future of Public History, in “The Public Historian”, 1979, 2/1, pp. 7-83, qui pp. 58-73. Si veda inoltre la discussione, posteriore di vent’anni, che riprendeva le stesse tematiche sul futuro della disciplina in The National Council on Public History: Reflections on a Twentieth Anniversary (Summer, 1999), intervento di G. Wesley Johnson, The Origins of “The Public Historian” and the National Council on Public History, in “The Public Historian”, 1999, 21/3, pp. 167-179, URL: [http://www.jstor.org/stable/3378969]. 33 The size and nature of the current membership of public historians in the Association, URL: [http://www.historians.org/governance/tfph/Charge1.(New).htm]. “If we assume that the 1.758 AHA members (of a total of 14,048) whose “Principal Area of Employment” is outside of the academy are, in fact, employed in public history positions, 12.5 percent of AHA members are public historians. An additional 24.7 percent are academics who also hold a non academic position; of these, 19 percent can clearly be identified as public historians, working primarily as researcher/consultants and independent historians. Thus, according to AHA membership data, approximately 17 percent of the Association’s members can be reckoned as public historians. When coupled with data from the task force’s survey of AHA members, which indicates some involvement in public history among 85 percent of academic respondents, we can reasonably assert that public history is part of the normal practice of many AHA members. The 12.5 percent of AHA members who are principally employed outside the academy can further be characterized as follows: Many of them are self-employed (32 percent); others are employed in business or industry (17.6 percent), U.S. government (12 percent), nonprofit organizations (10.5 percent), and research centers, libraries, or archives (10 percent). Almost half (42 percent) also list an academic position, primarily as graduate student, doctoral candidate, or adjunct. The task force’s survey of AHA members amplifies membership data on this point: 27 percent of non academic respondents reported substantial involvement in research, teaching, and scholarly presentations and publication. They are somewhat (13.6 percent) less likely than all AHA members to have a PhD and slightly (5.9 percent) more likely to have an MA as their terminal degree. They are slightly (4.4 percent) less likely than all members to be students. Their research specialization approximates that of all AHA members in many fields. They are, however, considerably overrepresented in legal, military, and public history and the history of science and technology; and considerably underrepresented in the fields of cultural, gender, intellectual, religious, social, and women’s history. They have considerably lower incomes than all AHA members (24.7 percent reporting incomes under $20,000 and just under 1 percent over $70,000; as opposed to 13.8 percent and 11.3 percent respectively for the entire membership). Their racial and gender profiles are similar to that of the entire AHA membership. In addition, a mere 1.6 percent of AHA members are also members of the American Association for State and Local History; 1 percent are members of the National Council on Public History (which, nonetheless, is about 14 percent of NCPH’s individual members); and only.07 percept belong to the Society of American Archivists (SAA).” _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 289 di ricerca storica dei Public Historians erano sostanzialmente simili a quelle degli storici universitari, anche se, “they are, however, considerably overrepresented in legal, military, and public history and the history of science and technology; and considerably underrepresented in the fields of cultural, gender, intellectual, religious, social, and women’s history.”34. Il NCPH rimane oggi il motore scientifico ed organizzativo attorno al quale ruotano le iniziative più qualificate nella disciplina, organizzazione di premi scientifici, promozione di associazioni di storia locale od orale, musei storici, parchi storici, ecc., organizzazione di conferenze – oltre quella annuale dell’associazione – e discussioni di merito sulle ragioni e l’identità della storia pubblica. Il primo convegno del 1979, riuniva oltre 45 storici di diverse provenienze accademiche e non35 (istituzioni pubbliche e private) e fu l’occasione di un’approfondita discussione sulla crisi della storia e sulle sue sorti nella società americana di allora36. Lydia Bronte, allora Associated Director for the Humanities della Rockefeller Foundation, sponsor della prima riunione del NCPH e organizzatrice a nome dell’Università della California a Santa Barbara della conferenza stessa, sottolineava la necessità di cercare fuori dall’università nuovi sbocchi professionali per gli storici, data la carenza drammatica di posizioni universitarie37. Il nuovo programma dell’UCSB era nato per rispondere a questa esigenza, proponendo di introdurre gli storici nel mercato reale del lavoro. Si trattava secondo la Bronte di fare storia “applicata” ovvero non più soltanto una storia speculativa e riflessiva. Lo storico pubblico secondo Joel A.Tarr, allora professore di storia urbana alla Carnegie-Mellon University, si doveva avvicinare al mercato del lavoro laddove esistessero “bisogni di storia”. Tuttavia molti storici partecipanti alla riunione negavano, invece, che la nascita della storia pubblica dovesse essere collegata unicamente alla ricerca di nuovi sbocchi professionali all’esterno dell’università: la storia pubblica non era soltanto figlia della “crisi del mercato del lavoro universitario.” In realtà, la Public History rispondeva ad esigenze nuove che non venivano ancora ben individuate in quell’epoca: quelle di aggiornare i metodi storici e la professione di storico – nell’università o altrove – in funzione – anche – delle caratteristiche dei nuovi media della comunicazione di massa e della riflessione sulla presenza di storia nei media della comunicazione. La nascita della storia pubblica come nuovo settore scientifico, rispondeva ad un bisogno profondo di entrare nell’arena pubblica. Tuttavia, per farlo, ci si doveva impossessare dei nuovi media e delle loro peculiari tecnologie. Ibidem. La lista dei partecipanti e fondatori può essere consultata qui “Invited symposium participants”, in First National Symposium on Public History: a report, in “The Public Historian”, 1980, 2/1, pp. 7-83, qui pp. 73-81. 36 Il tema venne ripreso più avanti da J. Hoff Wilson, Is the Historical Profession an “Endangered Species?”, in “The Public Historian”, 1980, 2/2, pp. 4-21, URL: [http://www.jstor.org/stable/3376966]. 37 Era pure il parere di Nina Kressner Cobb sull’accelerazione della creazione di posti di lavori per gli storici fuori dal mercato universitario tradizionale: Necessity Was the Mother: The Institute for Research in History, in “The Public Historian”, 1980, 2/3, pp. 77-85, URL: [http://www.jstor.org/stable/3376995]. 35 34 _ _ _ _ _ p q g 290 SERGE NOIRET Richard Jensen, allora professore presso l’Università di Chicago (Illinois), ed impegnato in alcune attività di storia pubblica per promuovere la storia locale e urbana, interveniva per conto dell’Organization of American Historians (OAH). Egli proponeva di creare una nuova associazione scientifica di categoria degli storici pubblici capace di coordinare quelli che, fuori dall’università, si avvalessero della loro formazione storica in altri ambiti professionali non universitari. Jensen menzionava gli operatori dei musei, dei parchi storici, gli archivisti, i bibliotecari specializzati in storia che avevano già, in parte, trovato una loro collocazione in seno all’OAH. Il termine stesso di Public History, aveva fatto breccia già alla fine degli anni ’70 anche nelle discussioni delle due maggiori associazioni nazionali degli storici americani, la OAH e la AHA, mentre oggi sono molte le società storiche federali e nazionali americani a partecipare e sponsorizzare la National Coalition of Public History38. L’AHA mobilita numerose risorse per affiancare scientificamente il ruolo ed il lavoro degli storici pubblici negli Stati Uniti39. La stessa associazione ha chiuso un progetto di studio di quattro anni, chiamato “Task Force on Public History”, creata per capire come meglio integrare i Public Historians all’interno dell’associazione stessa e verificare, con metodi e criteri di valutazione scientifica, i requisiti necessaria per una loro professionalità40. Come precisava Arnita Jones, unica storica di professione a lavorare a quel tempo a nome della American Historical Association (AHA), per il National Coordinating Committee for the Promotion of History, la “Public History” era “history that is done anywhere outside the classroom by anybody who’s not employed in a university”41. Everyone a 38 Le diverse associazioni legate al NCPH sono oggi, American Association for State and Local History, Society for History in the Federal Government, National Association for Interpretation, American Historical Association, Organization of American Historians, National Coalition of Independent Scholars, California Council for the Promotion of History, Association for Living Historical Farms and Agricultural Museums, National Trust for Historic Preservation, Society of American Archivists, American Association of Museums, Association for Documentary Editing, Online Reference Guide to African American History, Institute for the Public Understanding of the Past, Archaeology for the Public - Society for American Archaeology, Association for Applied and Clinical Sociology; History Associations with a Special Interest in Public History, URL: [http://www.ncph.org/PublicationsResources/Resources/tabid/322/Default.aspx]. 39 Resources for Public Historians, URL: [http://www.historians.org/info/public.cfm]. 40 La Task Force on Public History creata nel 2001originariamente per tre anni, fu prolungata di un anno, fino al gennaio 2005, con il compito essenziale di migliorare i rapporti tra i Public Historians e la AHA. Task Force on Public History, URL: [http://www.historians.org/governance/tfph/index.cfm]. Oggi esiste una “Professional Division” in seno all’AHA per curare gli interessi professionali e scientifici della public history, URL: [http://www.historians.org/governance/pd/index.cfm]. 41 Commento di Arnita Jones in Part 1. Evolution of Public History. First National Symposium on Public History: a report!, in “The Public Historian”, 1979, 2/1, pp.7-83, qui p. 11. La Jones ritornava vent’anni dopo su queste riflessioni: A. A. Jones, Public History Now and Then, in “The Public Historian”, 21/3, The National Council on Public History: Reflections on a Twentieth Anniversary, 1999, pp. 21-28, URL: [http://www.jstor.org/stable/3378956], cit. 42 L’espressione è stata ripresa anche in un discorso funebre in onore del direttore scomparso del CHNM: Afterthoughts. Roy Rosenzweig: Everyone a Historian, URL: [http://chnm.gmu.edu/survey/afterroy.html]. Tuttavia Rosenzweig l’avrebbe ripresa dal titolo della prolusione di Carl L.Becker come presidente della AHA, _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 291 historian allora, – espressione rivisitata da Roy Rosenzweig42, – e secondo quanto veniva teorizzato alla stessa epoca, come vedremo più avanti, nel corso degli “History Workshops” di Raphael Samuel al Ruskin College di Oxford; oppure la Public History richiedeva per tutti, anche per chi non fosse un accademico, una formazione scientifica adeguata? In realtà, se la Jones accennava alla storia fuori dall’accademia, non si trattava di legittimare una “storia fatta da tutti”, ma, invece, l’uso delle qualifiche professionali degli storici fuori dall’università, in ambienti che nulla avessero a che fare con la formazione umanistica. Lo storico pubblico doveva inoltre, essere capace di sviluppare un dialogo con molti altri professionisti per realizzare progetti per conto di datori di lavoro pubblici e privati. Egli doveva possedere nel suo DNA, un’agile capacità di interagire professionalmente in modo interdisciplinare. Era così in grado di dialogare con le professioni più nuove legate ai media contemporanei, dai grafici agli ingegneri delle tecnologie, dai consulenti televisivi ai registi di cinema, dai fotografi ai fotoreporter e ai giornalisti della radio e della televisione per usare anche la storia orale43. L’azione del Public Historian era tesa ad aiutare a disegnare, correggere, indirizzare le politiche pubbliche e private, le iniziative legali, gli studi di mercato, i piani di preservazione e conservazione urbane – il cosiddetto “heritage” –, le iniziative non solo culturali delle imprese private, le politiche ambientali e di conservazione di eco-sistemi storici, la realizzazione di mostre e di musei collegati alle fonti della cultura materiale e infine anche la realizzazione di quello che oggi si chiama “re-enactment” o “living history”44: nel 1931 intitolata “Everyman his own historian”, secondo l’analisi fatta da Bernard Eric Jensen: “Usable pasts: comparing approaches to Popular and Public History.”, in P. Ashton e H. Kean (a cura di), People and their pasts: public history today, Basingstoke: Palgrave Macmillan, 2009, pp. 42-56, qui p. 44. 43 “Public history practitioners include museum professionals, government and business historians, historical consultants, archivists, teachers, cultural resource managers, curators, film and media producers, policy advisors, oral historians, professors and students with public history interests, and many others.” Citato in What is Public History?, in NCPH, URL: [http://www.ncph.org/WhatisPublicHistory/tabid/282/Default.aspx]. Una “catalogo” occupazionale per i Public Historians alla fine degli anni ’70 viene dato, con molti esempi, in una rassegna fatta durante la prima conferenza della nuova associazione. Si veda Part IV. Public History Sectors and Practitioners, in The Public Historian, 1980, 2/1, pp. 7-83, qui pp. 41-58. 44 Talvolta si parla anche di “attività interpretative”, (interpretive activities) negli spazi fisici del passato: parchi, castelli, etc. B. Franco, The practice of Public History in urban history museums and historical societies, in J.B. Gardner e P.S. LaPaglia (a cura di), Public history: essays from the field, Malabar, Fla.: Krieger Pub. Co., 2006, pp. 307-324, qui pp. 310-311. Si veda anche E. Breitbart, The painted mirror: historical re-creation from the panorama to the docudrama, in S. Porter Benson, S. Brier e R. Rosenzweig (a cura di), Presenting the past: essays on history and the public, cit., e di C. Stanton, Historical reenactment, URL: [http://www.cathystanton.net/reenactors.html] (Canadese, la Stanton è un antropologa prestato alla storia e su quelle basi ha studiato i reenactments, è membro del comitato direttivo della NCPH dal 2008 ed è coordinatrice della lista di discussione di Public History, H-Public.). Si veda inoltre un esempio britannico con M. O’Brien Backhouse, Re-enacting the Wars of the Roses: History and identità, in P. Ashton e H. Kean (a cura di), People and their pasts. Public history today, Basingstokes: Palgrave Mac Millan, 2009, pp. 113130. Tanti esempi di queste forme di teatralità storica esistono anche nell’Europa continentale. Rimando soltanto alle fotografie delle commemorazioni in costume della battaglia di Waterloo. Si veda «X émes Bivouacs Napoléoniens», URL: [http://www.waterloo.com/galleries/disp_album.php?id_album=320]. _ _ _ _ _ p q g 292 SERGE NOIRET la ricostruzione con gli abiti e con gli strumenti dell’epoca e spesso nei luoghi storici stessi, di eventi storici con attività capaci di suscitare, nel pubblico dei partecipanti, la consapevolezza del passato. Fare rivivere il passato attraverso la sua “pratica” è considerato un modo utile per collaborare con il pubblico. Si tratta anche di aiutare alla formazione di una memoria collettiva attraverso grandi ricostruzioni storiche e commemorative che mobilitano, oltre ai partecipanti stessi, anche vasti pubblici di curiosi capaci di partecipare come attori e spettatori alla rappresentazione della storia. Queste attività di promozione della storia, si basano sulla necessaria conoscenza critica della storia e della memoria del passato e sulla capacità di divulgare, il meglio possibile, la sostanza degli eventi per ottenere una compartecipazione anche affettiva ed emozionale del pubblico. Sotto diverse forme dunque, la Public History è diventata negli USA, un settore vitale della storiografia per “portare” la storia nella società americana, in generale poco attrezzata per una conoscenza della storia nazionale. Ed è compito essenziale della Public History di porsi la domanda di come traghettare e passare la storia verso questi pubblici diversi coinvolgendoli nelle pratiche e nei progetti di storia pubblica che fossero capaci di alzare il livello di consapevolezza della cultura storica nei gruppi sociali in cerca della loro passata identità45. Le discussioni sull’esatto contenuto di cosa fosse la Public History non si sono placate e ritornano regolarmente nei dibattiti della rivista The Public Historian e nei convegni annuali della NCPH. Tuttavia, uno dei punti maggiormente sensibili della discussione attorno alla legittimità di un’uso popolare – nel pubblico – della storia, verte (come ha sottolineato Michael Zuckerman a proposito del lavoro di Roy Rosenzweig e di David Thelen, The Presence of the Past: Popular uses of History in American life), sulla non conoscenza, e la non consapevolezza della storia da parte del pubblico americano, un argomento che Lynn Nelson sottolineava, come ho ricordato sopra, nel suo tentativo di definizione di cosa fosse la storia pubblica negli USA46. Quello che il libro The presence of the past ha rivelato, scrive uno storico danese, Bernard Eric Jensen, è che gli Americani non pensano che la storia e lo studio della storia sia cosa confinata nel passato (“the pastness of history”, secondo Zuckerman, che sarebbe la caratteristica primaria del lavoro acca45 Il legame tra disciplina e istituzioni viene analizzato da un gruppo di lavoro della American Association for State and Local History. “Fundamental to the work of all historians is the value that their work brings to the population as a whole. For historical institutions this value is their worth to the communities they serve. This is also true for the academy, as faculty try to attract undergraduate majors or cultivate a life-long interest in the discipline for non-majors. Making a case for the value of history is challenging and few historians take the time to make the discipline relevant or explain its public value. In many ways, the field is at a crossroads. We have to rethink and restate our purpose to ourselves and to the people we purport to serve”, in Towards broader horizons, Annual meeting of the national council on public history, 2-5 April 2009, The Providence Biltmore, Providence, Rhode Island, p. 27, URL, [http:// www.ncph.org/Portals/13/Annual%20Meetings/2009/Program/2009%20Annual%20Meeting%20 Program-reduced%20FINAL.pdf ]. 46 M. Zuckerman, The Presence of the Present, the End of History, in Roundtable: Responses to Roy Rosenzweig and David Thelen’s “The Presence of the Past: Popular Uses of History in American Life, in “The Public Historian”, 22/1, 2000, pp. 19-22, URL: [http://www.jstor.org/stable/3379326]. _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 293 demico degli storici): “what counts for them is the uses of the past in the present: that is, the availability of usable pasts rather the the pastness of history”47. In realtà, la storia è qualche cosa di superiore all’immediatezza dell’esperienza individuale della gente comune e, perciò Zuckerman non accettava una definizione del passato che fosse legata alla lente dell’esperienza individuale che, secondo Thelen e Rosenzweig, definisce essenzialmente l’uso popolare e pubblico del passato, non la storia stessa48. La loro inchiesta in The Presence of the Past, era dedicata ad analizzare, “the role of professional historians in responding to, expanding, and challenging popular uses of the past” e a verificare quale tipo di mediazione ed autorità professionale gli storici pubblici avessero da fornire in rapporto ad un uso pubblico e popolare della storia da parte della gente comune (oggetto dell’inchiesta del libro), e dei “popular historymakers”49, esattamente il metodo adottato trent’anni prima da Raphael Samuel ad Oxford come vedremo in seguito. L’American Historical Association nel rapporto pubblicato nel 2004, si poneva il problema di inquadrare al meglio gli storici pubblici all’interno di un associazione professionale che rimaneva precipuamente accademica e che rispondeva a metodi e pratiche etiche stabilizzati nei suoi statuti professionali50. Un’altra inchiesta sulla Public History, più recente di quella dell’AHA, è stata realizzata dalla rivista digitale “Public History Resource Center” nel 2007. Essa studiava le possibilità di conseguire una laurea in storia pubblica in molte sedi universitarie americane e di attivarla insieme ad un’altra formazione complementare oltre a diverse attività “sul terreno.” Queste attività empiriche erano complementi essenziali di una formazione teorica per poter pensare di inquadrare i diversi pubblici nel mirino dei public historians 51. 47 B.E. Jensen, Usable pasts: comparing approaches to Popular and Public History, in P. Ashton e H. Kean (a cura di), People and their pasts: public history today, cit., pp. 42-56, qui p. 43. 48 Anche se filtrata da metodi scientifici, S.F. Roth, Past into present: effective techniques for first-person historical interpretation, Chapel Hill: University of North Carolina Press, 1998. 49 R. Rosenzweig, Not a Simple Task: Professional Historians Meet Popular Historymakers, in Roundtable: Responses to Roy Rosenzweig and David Thelen’s “The Presence of the Past: Popular Uses of History in American Life, cit., pp. 35-38, URL: [http://www.jstor.org/stable/3379330]. 50 Il rapporto del 2004, può essere consultato integralmente sul sito della AHA, sotto il nome di Public History, Public Historians, and the American Historical Association: Report of the Task Force on Public History Accepted by the Council of the Association January 2004, URL: [http://www.historians.org/governance/ tfph/TFPHreport.htm]. 51 “Where to Study Public History”, in Public History resource Center, URL http://www.publichistory.org/education/where_study.asp]. “The following programs offer a wide variety of public history classes, ranging from archival studies to heritage area conservation. Although diverse in requirements and course offerings, programs typically agree that a focus in public history should give the student a strong historical background, as well as prepare her for work in the field of history”. Nel 1979 una prima rassegna dei college e università che offrivano – nel 1979-1980 –, dei programmi di storia pubblica, è presentata in “The Public Historian”, Public History in the Academy: an overview of University and College Offerings, in “The Public Historian”, 1980, 2/1, pp. 84-116, URL: [http://www.jstor.org/srable/3377491]. Oggi il sito web dell’associazione ne fa l’inventario sistematico: A Guide to Programs in Public History, ultima edizione 2002, _ _ _ _ _ p q g 294 SERGE NOIRET Differenziare i pubblici ed i media più adatti per coinvolgerli, secondo questa inchiesta, non mette in questione la professionalità e il metodo degli storici pubblici, anche se essi devono svolgere un ruolo diverso nei confronti dei loro interlocutori. L’audience non è poi un fattore così vitale per differenziare metodi scientifici e scopi epistemologici della storia pubblica; quello che è in gioco, è la capacità scientifica di mediare tra l’ambiente popolare che produce gli storici “individuali” e la professione di storico come accademico. La differenza che esiste tra uno storico pubblico ed uno accademico risiede nell’uso accurato e sapiente, per i non accademici, della comunicazione attraverso i media più diversi del mondo contemporaneo, dai programmi televisivi fino alla rete internet. Un’altra caratteristica è quella del sapere scrivere di storia in modo chiaro per farsi capire dai più vasti e diversi pubblici e non soltanto dagli addetti ai lavori. Infine, un’ultima caratteristica è quella di riuscire a filtrare ed incanalare la storia nella società, attraverso le capacità scientifiche dello storico professionale come mediatore tra pubblico e storia. Tutti gli storici ricevono una formazione storiografica tradizionale, mentre il programma di Public History mette anche l’accento sull’uso appropriato dei media della comunicazione e delle tecniche e linguaggi oggi necessari per fare quella che viene sempre più spesso chiamata la “digital history”, come parte dei “digital humanities”52. Come hanno insegnato gli ultimi convegni nazionali della NCPH, in realtà, è il web ormai a catalizzare la maggior parte degli sforzi dei “public historians” americani. Si tratta di risolvere problemi di gestione dei progetti di storia digitale e dei siti web, come quelli dell’“accessibility, interactivity, sustainability, and methodologies used to engage diverse audiences in online experiments”, che riguardano ancora una volta il livello della mediazione scientifica e professionale dello storico53. La NCPH, nella sua conferenza annuale del 2008 in Kentucky, offriva una ricca sezione dedicata al web e ai progetti di storia digitale54, ma l’ospite d’onore era il mentre è previsto una nuova edizione per il 2009, URL, [http://www.ncph.org/PublicationsResources/ Resources/tabid/322/Default.aspx]; lo stesso sito della NCPH offre anche una lista delle possibilità di insegnamento della materia, Graduate and Undergraduate, URL: [http://www.ncph.org/Education/Graduate andUndergraduate/tabid/323/Default.aspx]. 52 Rimando per un introduzione alla disciplina a A Companion to Digital Humanities, a cura di Susan Schreibman, Ray Siemens, e John Unsworth. Oxford: Blackwell, 2004, URL: [http://www.digitalhuma nities.org/companion/]. 53 Si cita dal programma del convegno annuale di aprile 2009: Towards broader horizons, Annual meeting of the national council on public history, 2-5 April 2009, The Providence Biltmore, Providence, Rhode Island, p. 27, URL, [http://www.ncph.org/Portals/13/Annual%20Meetings/2009/Program/2009%20 Annual%20Meeting%20Program-reduced%20FINAL.pdf ]. 54 “Digitizing History – a two-day workshop on creating historical content for the web, using XML, and working with web designers and technologists”. I temi trattati erano, “Interpreting Environmental History; Archival Heritage, Community Identity, and Political Process; Historians and the Media; Globalizing Museums and Public History; Heritage Tourism’s Impact on Community History”, quelli tradizionali della Public History ai quali si aggiungeva un’attenzione particolare per il web.; Public History Conference – NCPH 2008 Annual Meeting, Kentucky, URL, [http://www.h-net.org/announce/show.cgi?ID=160029]. _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 295 software open source creato da storici per gli storici, Zotero55: “To Zotero, Let’s Go: An Introduction to a New Open-Source Historical Research Tool” era il titolo di uno degli interventi più attesi. L’ultima conferenza annuale, quella del 2009, consacra invece un intero workshop alla presentazione di progetti di storia digitale concepiti per portare la storia verso il grande pubblico56. L’interazione con il sito web di storia pubblica nelle tematiche che più interessano una “audience” americana come ad esempio la guerra civile57, è oggi diventato uno dei problemi maggiori da risolvere, che coinvolge anche una professionalità interdisciplinare. Vi è la necessità, nell’ambito della Public History, di formare delle persone capaci di quel dialogo che passa attraverso una conoscenza tecnologica approfondita58. Il sito Antietam on the Web che descrive la battaglia del 17 settembre 1862, momento chiave per la fine delle mire dei confederati di Lee sul Maryland, porta avanti alcuni elementi nuovi di inter-operabilità che non erano rintracciabili nel primo grande progetto ipertestuale che rivoluzionò la scrittura della storia attraverso la rete, The Valley of the Shadow59. In AOTH, il lettore viene coinvolto nel forum, nel blog, 55 Zotero, URL: [http://www.zotero.org]. Il programma è liberamente scaricabile e si adatta all’interno del browser come Mozilla-Firefox o Flock. In Italia vi è un introduzione ai suoi scopi a cura dell’allora direttore del CHNM, Roy Rosenzweig: “Zotero. Fare ricerca nell’età digitale”, in Contemporanea, 4, 2007, pp. 739-744. 56 La storia digitale si confrontava con i problemi della conservazione della memoria collettiva delle comunità, la collaborazione con diverse professionalità, la riflessione sull’accessibilità degli oggetti di rete. “Each project explores the use of several digital tools including Geographic Information Systems, Web 2.0, blogs, and podcasts.” Le presentazioni di progetti riguardavano, Hurricane Digital Memory Bank (Michael Mizell-Nelson, University of New Orleans); Web 2.0 Tools in Public History Projects, Mass Memories Road Show (Heather Cole and Joanne Riley, University of Massachusetts Boston); Spatial Histories Horizon, Historic Annapolis GIS and Stabiae, (Timothy Goddard, Michigan Technological University), PhilaPlace: Digital Experiments and Community Participation (Joan Saverino, The Historical Society of Pennsylvania, and Matthew Donadio, Night Kitchen Interactive). (Towards broader horizons, Annual meeting of the national council on public history, 2-5 April 2009, cit.]. 57 Vedere su questo tema di E. Paschaloudi, I siti web della memoria: la Guerra civile americana e l’avvento di internet., in “Memoria e Ricerca”, 21, 2006, pp. 177 sgg. 58 In Francia, si parla di “passeurs”, i professionisti della storia che integrano anche il web e le tecnologie del computer come specialisti capaci di fare dialogare diversi saperi tra di loro, quelli degli storici, degli umanisti e degli ingegneri delle tecnologie. Si veda in proposito il mio resoconto dell’atelier ATHIS di giugno 2008 a Porquerolles “Lo storico digitale tra formazione e didattica” che trattava di queste nuove professioni in Mundus, rivista di didattica della storia, 1/2, 2008, di prossima pubblicazione. Il programma completo degli atelier ATHIS è disponibile sul sito dei medievalisti francesi Ménestrel, ATHIS, URL: [http://www.menestrel.fr/spip.php?rubrique619]. (I temi trattati furono: De l’archive à l’open archive; L’historien, le texte et l’ordinateur; L’informatique et les périodes historiques; L’informatique et l’utilisation des statistiques par les historiens; L’historien, l’espace et l’ordinateur; Histoire, informatique, pédagogie, ed infine, Les historiens et l’informatique. Un métier à réinventer.) 59 Il progetto di Edward Ayers è ormai citato ed usato come archetipo della rivoluzione compiuta dalla “digital history” dal momento che ha raggiunto, grazie alla rete e all’ipertestualità, pubblici enormi di visitatori che mai una monografia accademica sulle tematiche della schiavitù nella Guerra Civile avrebbe potuto pensare di coinvolgere. (The Valley of the Shadow, URL: [http://valley.vcdh.virginia.edu/]. Un analisi completa dei suoi maggiori elementi di novità si può trovare in William G.Thomas, II, Computing and _ _ _ _ _ p q g 296 SERGE NOIRET si può iscrivere per ricevere nuove informazioni ed aggiornamenti60. Se, tuttavia, alcuni elementi interattivi vengono offerti per coinvolgere il lettore, rimaniamo ancora nell’ambito più tradizionale di un interazione “passiva” con i contenuti del sito mentre i più recenti progetti del CHNM di Fairfax integrati nel sito web del centro sotto la dicitura di “collecting + exhibiting”, funzionano realmente come parti di una storia pubblica che Roy Rosenzweig ha contribuito ad integrare nel web61. Storico sociale con la passione dei media digitali già dall’invenzione del CD-ROM negli anni ’8062, Rosenzweig fu capace di orientare, in pochi anni63, il Center for History and New Media (CHNM) della Georges Mason University di Fairfax vicino a Washington che aveva fondato, a produrre numerosi progetti di storia pubblica di grande rilievo culturale e scientifico, di “digital history” e di invented archives in rete64. Questi progetti storiografici di digital history, integrano le motivazioni di base della public history con la richiesta di partecipazione diretta degli utenti-lettori-“historymakers”, al racconto e all’apparato euristico – creazione di un archivio digitale ex novo in rete – e con la raccolta di testimonianze da conservare e da riproporre tra memorie individuali e collettive. È il caso di The September 11 Digital Archive che data dal dicembre 200165, ed è stato acquithe Historical Imagination, saggio disponibile anche in rete oltre che a stampa in S. Schreibman, R. Siemens e J. Unsworth (a cura di): A Companion to Digital Humanities, ed. Oxford: Blackwell, 2004, pp. 56-68, qui pp. 62-66, URL: [http://www.digitalhumanities.org/companion/]. “The work […] is designed for a future of networked scholarship in which interpretation, narrative, evidence, commentary, and other scholarly activities will interconnect. The resulting piece is intended to fuse form and argument in the digital medium.”, p. 66. 60 AOTH (Antitam on the web), URL: [http://aotw.org/index.php]. 61 Su Rosenzweig vedere il sito postumo creato dalla Georges Mason University, URL: [http://thanksroy.org/]. “…A former stickball player from the streets of Queens, Rosenzweig graduated from Columbia College and received his Ph. D. from Harvard University. He was the recipient of a Guggenheim Fellowship and lectured as a Fulbright professor. He also served as vice president for research of the American Historical Association. […] Rosenzweig received the Distinguished Service Award from the Organization of American Historians for significantly enriching the understanding and appreciation of American history. He was committed to making history accessible to all, not just to experts, … Rosenzweig helped create the burgeoning field of digital history, serving as lead author and co-creator of the Who Built America? CD-ROMs that launched the field of digital history; that effort earned the James Harvey Robinson Prize of the American Historical Association in recognition of its “outstanding contribution to the teaching and learning of history […]. Rosenzweig […] brought people with disparate talents together and helped them achieve more than any them could have working alone.”, URL: [http://thanksroy.org/about]. Si veda inoltre per un panorama approfondito della sua carriera di B. Goodman, In Memory of Roy Rosenzweig (1950-2007), in “History News Network”, URL: [http://hnn.us/articles/43739.html]. 62 R. Rosenzweig: ‘So, What’s Next for Clio?’ CD-ROM and Historians, in “The Journal of American History” 81/4, 1995, pp.1621-1640, ristampata nel sito del CHNM, URL: [http://chnm.gmu.edu/resources/essays/d/24]. 63 S. Porter Benson, S. Brier e R. Rosenzweig (a cura di), Presenting the Past: Essays on History and the Public, cit. 64 CHNM, Center for History and New Media, Department of History and Art History, George Mason University, Fairfax, Virginia, USA, URL: [http://chnm.gmu.edu/]. 65 “The September 11 Digital Archive collects, preserves, and presents the history of the September 11, 2001 attacks in New York, Virginia, and Pennsylvania. It has become the leading digital repository _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 297 stato come primo grande archivio digitale dalla Library of Congress nel 2003. September 11 riprende sul web anche alcune caratteristiche interattive più cariche di pathos che il museo della memoria dell’attentato alle Twin Towers, gestito dai familiari delle vittime dell’attentato66, offre in loco, con la possibilità per ognuno di arricchire le collezioni stesse del museo. Nel virtuale, come nel museo fisico, il pubblico è messo in grado di aggiungere testimonianze, documenti multi-mediali, pezzi di storia al sito che possono includere anche le reazioni emotive durante la visita del percorso museale o del sito stesso67. “The Archive aims to bring the public close to the center of public history, thereby allowing ordinary Americans to literally make their own history,” scrive James T. Sparrow che ha partecipato insieme a Roy Rosenzweig e Dan Cohen, all’allestimento del progetto. L’uso del web per coinvolgere la gente nella storia deriva anche dalla democratizzazione della disciplina stessa e permette di concretizzare una reale partecipazione cittadina mobilitando gli entusiasmi dei più, nell’attività multimediale della storia pubblica: “just as multiple voices and perspectives enrich a fictional narrative, so to do multiple media and the diverse vantages they provides amplify the analytical power of historical accounts”68. Gli altri due progetti del CHNM sono, Gulag: Many Days, Many Lives69 e, soprattutto Hurricane Digital Memory Bank70, un progetto che intende collezionare, preservare e presentare le storie individuali e collettive legate alle distruzioni causate sul territorio della Louisiana dagli uragani Katrina, Rita, e Wilma. In quei progetti di “digital history” e soprattutto di “public history” nel web, si mette in pratica un rapporto diretto con il lettore che diventa anch’esso storico e creatore di fonti storiche, grazie alle sue testimonianze dirette (storia orale, documenti personali) ed indirette (passaggio di documenti e testimonianze collezionate da altre fonti). Per orchestrate l’interazione in un progetto complesso si usano le tecnologie interattive del web 2.0 che permettono di of material related to the events of 9/11/2001 and includes more than 150,000 first-hand accounts, emails, images, and other digital materials.”, URL: [http://chnm.gmu.edu/the-september-11-digital-archive/] e il nuovo sito in versione beta al momento di chiudere queste note, The September 11 Digital Archive, URL: [http://911digitalarchive.org/]. 66 National September 11 Memorial & Museum, URL: [http://www.national911memorial.org/]. 67 D. Parrella, Interpretare l’11 settembre 2001 e le sue immagini: evento reale o suggestione mediatica?, in “Storia e futuro”, 19, febbraio 2009, URL: [http://www.storiaefuturo.com/it/numero_18/immagini/10_11-settembre-suggestione-mediatica-torri~1215.html]. 68 J.T. Sparrow, The practice of the Public History on the web: The September 11 digital archive, in J.B. Gardner e P.S. LaPaglia (a cura di), Public history: essays from the field, cit., pp. 397-415, qui p. 400. 69 “Gulag: Many Days, Many Lives presents an in-depth look at life in the Gulag through exhibits featuring original documentaries and prisoner voices; an archive filled with documents and images; and teaching and bibliographic resources that encourage further study. Visitors also are encouraged to reflect and share their thoughts about the Gulag system.”, URL: [http://gulaghistory.org/]. 70 “The Hurricane Digital Memory Bank uses electronic media to collect, preserve, and present the stories and digital record of Hurricanes Katrina, Rita, and Wilma. The project contributes to the ongoing effort by historians and archivists to preserve the record of these storms by collecting first-hand accounts, on-scene images, blog postings, and podcasts.”, URL: [http://chnm.gmu.edu/hurricane-digital-memory-bank/]. _ _ _ _ _ p q g 298 SERGE NOIRET mobilitare le caratteristiche epistemologiche della Public History fatte di interazioni con il pubblico. In quei siti profondamente ancorati nella filosofia dei “social networks” diretti però dalla presenza degli storici di professione, il coinvolgimento potenziale della gente della Louisiana in una promise of digital history è tale da farla sentire parte integrante della costruzione di una memoria collettiva attraverso le singole memorie individuali. Queste considerazioni che riguardano il prepotente sviluppo della storia pubblica nella rete, hanno spinto i Public Historians ad ancora meglio definire il territorio della loro disciplina, da una difficile angolatura, quella delle necessarie caratteristiche professionali e del bagaglio di saperi e pratiche anche tecnologiche – nel campo dell’ICT, Information and communication Technology – necessarie per la Public History. In questo senso, la definizione australiana di Public History menzionata sopra, si avvicina nella sua complessità, ad una presa di posizione che data dagli anni ’90 sulla “Public History Review” e che sottolineava che tutti gli storici – pubblici ed accademici – erano in realtà parte di una stessa disciplina storica. Gli storici “pubblici” usavano dei media di diffusione più diversi perché si preoccupavano essenzialmente di pensare il loro lavoro in funzione del pubblico – the audience – al quale si indirizzavano71. 4. La Public History in Gran Bretagna: gli History Workshops e Raphael Samuel Altre tracce di storia pubblica insegnata con il nome di “Public History”, o come “applied history”, materie autonome rispetto alla storia tout court, con le finalità indicate nei manifesti di Santa Barbara e nella rivista The Public Historian, sono presenti oggi in Canada, Australia, Nuova Zelanda, Africa del Sud e, sia pure sporadicamente, in altri paesi africani di lingua inglese72. È tuttavia in Inghilterra che nasce il movimento con i suoi metodi e con le peculiari caratteristiche illustrate sinora e che sboccerà poi in modo così consistente negli Stati Uniti. 71 “As public history has evolved from a quest for “alternative careers” to a way of understanding and practicing the craft of history, it has on the campuses run headlong into the sacred trinity of research, teaching, and service – with the greatest of these being research embodied in refereed publications… Despite the peer review and many other strengths, the present reward system has contributed to an unproductive “academic vs. public” debate; encouraged a trend towards co-opting public history by defining it as another specialized subfield and obscured the common ground shared by the community of professionals who practice the historians’ craft. As historians, we all do research, we all analyze and interpret our findings, and we all communicate the results. The primary difference between public and academic history is in the area of communication – in the audiences that we attempt to reach and in the products that we use to convey our scholarship to those audiences.” Ph. V. Scarpino, Some Thoughts on Defining, Evaluating, and Rewarding Public Scholarship, in “The Public Historian”, 15/2, 1993, pp. 55-61. 72 P. Ashton e H. Kean (a cura di): People and their pasts. Public history today, Basingstokes: Palgrave Mac Millan, 2009 documenta come si dipanano pratiche di storia pubbliche in molte realtà nazionali. Molti sono anche i numeri monografici delle riviste che fanno il punto sulla Public History in una realtà nazionale. Il più recente è il caso del Canada: Public History in Canada, in The Public Historian, 31/1, 2009. _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 299 La storia pubblica non era presente fino alla metà degli anni ’70, (il 1978 per essere precisi), nei curricula accademici americani, e non lo è tuttora in quelli europei più di 30 anni dopo. Abbiamo visto finora quanto, da allora, negli USA, il campo di studi specificatamente legato alla Public History si è profondamente radicato e sviluppato nella società fino ad istituzionalizzarsi e a definire nuovi sbocchi professionali anche attraverso l’uso sistematico dei media. In Gran Bretagna73, un paese che interagisce per primo con le iniziative made in USA, sono sorti progetti di insegnamento e attività di storia pubblica, addirittura prima di quelle americane e, anche senza usare del termine “public history” fino agli anni ’90. Queste iniziative nel clima culturale del post ’68 tentavano di portare la storia verso le masse popolari e, soprattutto, gli operai sindacalizzati. Si fece uso allora di dibattiti pubblici, seminari, lezioni, dialoghi di mutua formazione, anche in contemporanea con quanto si stava ufficializzando nelle università americane74. La Public History inglese si era sviluppata, già dalla fine degli anni ’60 con gruppi di storici di professione e non, che si riunivano per parlare di storia coltivando l’uso delle testimonianze e delle fonti fornite dalle memorie individuali e collettive, delle memorie popolari in rapporto alla storia politica75, ponendo così il problema del nesso tra storia e memoria e viceversa76. La rivista History Workshop Journal 77, che diventa l’organo di stampa di una Public History, “british style”, nasce proprio nel 1976, prima ancora di The Public Historian. Sorge dall’impegno politico socialista, di storici che gravitano attorno al Ruskin Col73 Sulla Public History in Inghilterra, vedere di H. Kean; P. Martin e S.J. Morgan, Seeing History: Public History in Britain Now, London: Francis Boutle Publishers, 2000. “In recent years public history – the engagement with history now – has grown in Britain. Visits to heritage sites, museums and galleries are key leisure activities. Family and local history archives are packed with enthusiasts. In this collection – the first of its kind – the contributors write about history as part of a living present which is re-created, contested and challenged. The starting points are the places, people and images the writers encounter in their everyday lives. They have a commitment to those whose lives are still excluded from historical practice and their essays blur the boundaries between history, art, culture and everyday life. Topics covered range from family photographs to women and the sea, from the ‘heritage’ site of Avebury to the history of the Bishopsgate Institute in the City of London”. (Hilda Kean è direttrice di un master in Public History al Ruskin College, di Oxford; Paul Martin è ‘Visiting lecturer’ in Cultura Materiale alla University of Leicester e Sally J. Morgan è ‘principal lecturer in Fine Arts’ all’University of the West of England.), URL: [http://www.historyandpolicy.org/whoweare.html]. 74 Il dibattito attuale sulla Public History, “Britsh style”, è dipanato nei seguenti testi di H. Kean, P Mar. tin and S.J. Morgan, cit.; L. Jordanova, History in practice, London, Arnold, 2000; J. de Groot: Consuming history. Historians and heritage in contemporary popular culture, London, Routledge, 2009, pp. 15-61. 75 Popular memory group: “Popular memory: theory, politics, method.”, in R. Johnson, G. McLernnan, B.D. Schwarz e D. Sutton (a cura di), Making histories. Studies in history-writing and politics, London, Hutchinson, 1982, pp. 205-252. 76 S. Radstone e K. Hodgkin (a cura di), Regimes of memory, London, Routledge, 2003. 77 Nel frontespizio della rivista nella sua edizione online vi era un richiamo all’apertura verso vasti pubblici e una “audience” non solo accademica: “Since its launch in 1976, History Workshop Journal has become one of the world’s leading historical journals. Its cutting-edge scholarship, accessible writing, and lively engagement with contemporary concerns continues to win it widespread acclaim from both academic and general audiences.”, “History Workshop Journal”, URL: [http://hwj.oxfordjournals.org/]. _ _ _ _ _ p q g 300 SERGE NOIRET lege di Oxford dove, dal 1967, organizzano dei “workshops”, delle conferenze aperte a un pubblico più vasto e in presa diretta sui problemi sociali e politici del momento78. È una personalità soprattutto, che trascina questo movimento “spontaneo”, quella di Raphael Samuel79. Samuel intende fare uscire la storia dal suo “ghetto” accademico attraverso i suoi workshops, un metodo per avvicinare la storia al pubblico popolare che – nota Bernard Eric Jensen – è simile a quanto hanno inteso fare Rosenzweig e Thelen nella loro inchiesta sugli usi popolari del passato nella società americana: “the approach adopted by the British historian Raphael Samuel converges on important points with that of Becker, Rosenzweig and Thelen. This convergence partly stems for a shared desire to lessen the authority of academic history and thereby further a democratisation of the study and use of history. It is also due to similar ways of understanding the relationship between past and present.”80. Samuel intendeva porre lo studio della storia e la storia stessa in relazione con i problemi del presente, la politica e le ideologie contemporanee: “the History Workshop Movement wanted to promote an approach that would make possible to draw lessons from the study of the past.”81. Sin dal primo numero del 1976, si ritrovano le tematiche che avrebbero influenzato lo sviluppo trentennale della Public History americana: gli studi femministi più che la gender history, il rapporto con la sociologia e con la storia dell’oggi, la storia orale, la storia nei musei e attraverso i media, e la pluralità nell’uso delle fonti della contemporaneità privilegiando le nuove fonti orali, la storia attraverso la fotografia, il cinema, la letteratura e il teatro; era la storia portata verso “altri”, più vasti pubblici anche da chi storico non era, la storia portata nel pubblico che ne era prota- 78 D. Selbourne, On the Methods of the History Workshop, in “History Workshop Journal”, n. 9, 1980, pp. 150-161, [doi:10.1093/hwj/9.1.150] e la risposta di R. Samuel, On the Methods of the History Workshop: A Reply, in “History Workshop Journal”, n. 9, 1980, pp. 162-176; [doi:10.1093/hwj/9.1.162]. 79 “Raphael Samuel” in Wikipedia, URL: [http://en.wikipedia.org/wiki/Raphael_Samuel]. Gli archivi scientifici e personali di Samuel si trovano ora accessibili presso la biblioteca del Bishopsgate Institute: “Raphael Samuel Archive”, URL: [http://www.bishopsgate.org.uk/content.asp?CategoryID=1008]. Un centro storico ed un archivio con le carte di Samuel, hanno visto la luce nel 2008. “The Raphael Samuel History Centre has been relaunched in September 2008 as a three-way partnership between the University of East London (UEL), Birkbeck, University of London and the Bishopsgate Institute. […] There are plans for new research projects into the Thames gateway and domesticity in the capital, a new urban studies seminar, a London local history database, and ‘Young Historians’ events for schools. The aim is to for the centre to become a national hub for historians working at all levels. The current Raphael Samuel History Centre programme, including the successful annual Raphael Samuel Memorial Lecture, […] will continue. Existing links with other institutions will be strengthened and new connections fostered both within and beyond the university sector, with the aim of transforming the Raphael Samuel History Centre into one of the UK’s most dynamic centres for historical research. URL: [http://www.raphaelsamuel.org.uk/]. 80 B.E. Jensen, Usable pasts: comparing approaches to Popular and Public History, in P. Ashton e H. Kean (a cura di), People and their pasts: public history today, cit., pp. 42-56, qui p. 46. 81 Ibidem. _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 301 gonista82. La rubrica “Enthusiasm” era così aperta ai contributi anche al di fuori della professione83. Faceva parte dall’inizio del gruppo dell’HWJ, uno storico come Tim(othy) Mason deceduto a Roma nel 199084. Tim Mason descrisse l’esperimento degli History Workshops per la rivista italiana “Passato e Presente” alla quale collaborava.85 “Passato e Presente” fu assai influenzata dalla rivista britannica HWJ per affinità di indirizzi storiografici e politici nel produrre una storiografia viva, in diretto contatto con l’attualità, oltre che impegnata a dibattere sull’attività degli storici nella società contemporanea e, spesso, anche a denunciare usi pubblici sbagliati della storia. “Passato e Presente”, si caratterizza tuttora, nel panorama delle riviste italiane di storia contemporanea, – lo fu soprattutto negli anni ’80 –, come una rivista interessata, sin dal suo primo numero, a forme di Public History, pur senza nominare il terreno disciplinare, ed a connessioni tra il fare storia e l’uso dei “mass media.86”. La rivista aveva creato una rubrica quasi permanente in proposito che cominciò a perdere terreno negli anni ’90 con l’avvento di Internet e, soprattutto, concentrò il suo interesse attorno a tre media in particolare: la radio, la televisione e il cinema, mancando l’aggancio critico al web, il medium “cannibale” che integra ormai tutti gli altri media del contemporaneo, come terreno essenziale di sviluppo di discorsi sulla storia e di storia pubblica. A differenza dalla “Public History”, gli storici “accademici” – soprattutto in Italia e con poche eccezioni – snobbano ancora la rete per ospitare le loro ricerche dimostrando una certa incapacità ad 82 M. Bommes e P. Wright, ‘Charms of residence’: the public and the past, in R. Johnson, G. McLernnan, B.D. Schwarz e D. Sutton (a cura di), Making histories. Studies in history-writing and politics, London, Hutchinson, 1982, pp. 253-301. 83 Il primo numero conteneva così un saggio “italiano” di Alessandro Triulzi consacrato alla vita contadina in Emilia e che parlava di cultura materiale e delle iniziative legate alla conservazione nei musei di una civiltà comune del lavoro contadino. A. Triulzi, A Museum of Peasant Life in Emilia”, in “History Workshop Journal”, 1976, n. 1, pp. 117-120, URL: [http://hwj.oxfordjournals.org/cgi/reprint/1/1/117]; doi:10.1093/hwj/1.1.117. 84 Mason avrebbe segnato anche la storiografia italiana degli anni ’80 con i suoi studi sulla storia sociale e sul nazismo. Su Mason si veda di G. Corni, Tim Mason: l’impegno e il laboratorio della storia sociale, in “Passato e presente”, n. 27, 1991, pp. 107-129. I suoi saggi più importanti furono raccolti da Jane Kaplan in un libro postumo, Nazism, Fascism, and the Working Class: Essays by Tim Mason, Cambride, Cambridge University Press, 1995. 85 T. Mason, History Workshop, in “Passato e Presente”, n. 8 maggio-agosto, 1985, pp. 175-186. Mason scrisse anche sulla storia d’Italia, nel HWJ, Italy and Modernization: A Montage, in “History Workshop Journal”, n. 25, 1988, pp. 127-147. 86 Tra molti saggi dedicati alla lettura di alcuni specifici incontri tra media e storia, il ‘68, la guerra del Vietnam, tutti “momenti” chiave per la formazione intellettuale e politica dei membri della sua direzione, voglio solo ricordare qui gli interventi più legati ad una riflessione specifica su alcuni media e la storia nella rubrica Mass Media, di Peppino Ortoleva, “Testimone infallibile, macchina dei sogni: il film e il programma televisivo come fonte storica.”, in “Passato e Presente”, n. 6, 1984, pp. 135-148; D.W. Ellwood, La storia in televisione, in “Passato e Presente”, n. 10, 1986, pp. 127-140 e, nei numeri più recenti, V. Zagarrio, Una “polveriera”. Il cinema contemporaneo e la storia, in “Passato e Presente”, n. 50, 2000, pp. 137-148. _ _ _ _ _ p q g 302 SERGE NOIRET adattare i loro metodi e la loro professione ai cambiamenti tecnologici. Anche il computer, oggi diventato un essenziale strumento di partecipazione alla conoscenza della storia e della memoria nelle nostre società, non viene pensato come idoneo per modificare le pratiche della professione87. L’unico intervento, in tema di storia e computer su “Passato e Presente”, fu quello di uno dei pionieri della Public History americana, addirittura esponente fondatore del NCPU, Richard Jensen. Egli indicava la necessità di ragionare sull’incontro tra storia, storico e computer88 in pieno boom della diffusione dei “personal computers” della Apple e di IBM89 e, qualche anno prima della diffusione pubblica del web, nel 1993, che avrebbe permesso a chiunque di fare discorsi di storia e, alla storia, di raggiungere potenzialmente chiunque. Oggi è proprio questo, il tratto essenziale che i digital e public historians vedono nella rete come mezzo di comunicazione di massa. Discorsi di Public History italiana attraverso l’uso – e non uso – della rete internet90 hanno cominciato ad apparire alla fine degli anni ’90 in due riviste di storia contemporanea come “Contemporanea” con la rubrica Navigare nella Storia91 e, “Memoria e Ricerca”, con la rubrica Spazi Online92. Un approfondito monitoraggio su tre anni (2001-2003) di come la rete parlasse allora di storia, eseguito per conto dell’Istituto per i Beni culturali dell’Emilia Romagna (IBC) rimane ancora oggi, l’unico tentativo d’analisi dei discorsi di storia pubblica e di uso pubblico della storia nella rete italiana di storia contemporanea anche se, anche in quel caso, come scrisse Carlo Spagnolo nell’introduzione, il termine stesso di “storia pubblica” non venne usato in riferimento alla disciplina anglo-sassone, ma scaturì piuttosto, con un’a87 T. Detti, Lo storico e il computer: approssimazioni, in S. Soldani e L. Tomassini (a cura di), Storia e Computer. Alla ricerca del passato con l’informatica, Milano, Mondadori, 1996, pp. 83-104; T. Detti e G. Lauricella, Una storia piatta? Il digitale, Internet e il mestiere di storico, in “Contemporanea”, n. 1, 2007, pp. 3-24 e S. Noiret, Informatica, Storia e Storiografia: la Storia si fa digitale, in “Memoria e Ricerca”, n. 28, 2008, pp. 189-201. 88 R. Jensen, Scrivere col personal computer, in “Passato e Presente”, n. 16, 1988, pp. 165-186. 89 R. Jensen, The microcomputer revolution for Historians, in “Journal of Interdisciplinary History”, 14, 1, 1983, pp. 91-111. 90 Dell’uso del computer come ausilio della ricerca storica si era già interessato la rivista “Quaderni Storici” ricollegandosi ai dibattiti europei. Si veda di M. Thaller, Possiamo permetterci di usare il computer? Possiamo permetterci di non usarlo?, in “Quaderni Storici”, a. XX (1985), 60, pp. 871-890 e R. Rowland, L’informatica e il mestiere dello storico, in “Quaderni Storici”: Informatica e fonti storiche, a cura di Renzo Derosas e Robert Rowland, a. XXVI (1991), 78, pp. 693-720. Il dibattito in Europa passava attraverso l’attività della Association for History and Computing ed alle sue pubblicazioni: P. Denley e D. Hopkin (a cura di), History and Computing, Manchester University Press, Manchester 1987; P. Denley, S. Fogelvik, and Ch. Harvey (a cura di), History and computing II, Manchester, Manchester University Press, 1989; E. Mawdsley (a cura di), History and computing III: historians, computers, and data: applications in research and teaching, Manchester, Manchester University Press, 1990. 91 “Contemporanea”, rivista di storia dell’800 e del ’900, URL: [http://www.mulino.it/edizioni/riviste/scheda_rivista.php?issn=1127-3070]. 92 “Memoria e Ricerca”, URL: [http://www.fondazionecasadioriani.it/modules.php?name=MR] e rubrica Spazi Online, in MR Online, URL: [http://www.fondazionecasadioriani.it/modules.php? name=MR&op=mronline]. _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 303 nalisi del web italiano di storia contemporanea, da un’analisi dell’uso ideologico e “revisionista”, attraverso il web, della storia della resistenza in Italia93. Tornando al programma degli storici del Ruskin College – che aveva influenzato parte della storiografia contemporanea italiana –, si deve notare che pure orientato da una prospettiva politica di sinistra socialista, esso anticipava le aspirazioni della Public History americana. La rivista HJW ne pubblicava la sintesi: “like the Workshops, like the pamphlets, like the books in the Workshop series, the journal will be concerned to bring the boundaries of history closer to people’s lives. Like them, it will address itself to the fundamental elements of social life – work and material culture, class relations and politics, sex divisions and marriage, family, school and home. We are concerned at the narrowing of the influence of history in our society, and at its progressive withdrawal from the battle of ideas. This shrinking of stature cannot be ascribed to a decline in popular interest. Throughout British society a desire for historical understanding continues to exist; and it is only sometimes fulfilled by the manufacturers of part series, popularizations, television entertainment, and so forth. ‘Serious history’ has become a subject reserved for the specialist.” L’esperimento dell’HJW tendeva a rendere disponibile la storia per altri pubblici e preferiva spesso coltivare le memorie del passato – più vicine all’esperienza individuale e collettiva – nella società odierna, piuttosto che rinchiudersi, senza presa diretta con il pubblico, in una visione esoterica della storia, scriveva Samuel94. “In the journal we shall try to restore a wider context for the study of history, both as a counter to the scholastic fragmentation of the subject, and with the aim of making it relevant to ordinary people”95. Si trattava di risollevare la fiaccola della presenza della storia e degli storici come attori impegnati ad analizzare le problematiche sociali e politiche e capaci di diffondere le loro idee e le loro analisi anche presso la gente comune. Gli storici dell’HWJ organizzavano le loro conferenze pubbliche nelle città del regno, “uscivano” dall’università e tentavano già, alla fine degli anni ’70, quello che tenta oggi di fare in Ita93 “Il punto di partenza [del lavoro] non poteva che essere una riflessione sull’«uso pubblico della storia» nel Web, […]. “A generarlo, scrive Spagnolo, era stata la notizia di un sito di recente istituzione in cui si prometteva di raccontare la storia del Novecento, quella “vera, in opposizione a quella implicitamente falsa della storiografia “ufficiale”. A quest’ultima si rimproverava di essere una storia dei “vincitori” che avrebbe rimossa quella dei “vinti”, in riferimento al fascismo e alla Repubblica di Salò. In queste argomentazioni risuonavano gli echi di polemiche che avevano radici esterne alla rete, ma che il Web avrebbe potuto ulteriormente amplificare.” C. Spagnolo, Introduzione. 2. Il Web e l’uso pubblico della storia contemporanea, in A. Criscione, S. Noiret, C. Spagnolo e S. Vitali (a cura di): La storia a(l) tempo di Internet: indagine sui siti italiani di storia contemporanea (2001-2003), cit., p. 14. 94 R. Samuel e P. Thompson (a cura di), The Myths we live by. International Oral History Conference on “Myth and History”, 1987, St. John’s College, London, Routledge, 1990. Su questo rapporto tra memoria e storia secondo Samuel si veda di B.E. Jensen, Usable pasts: comparing approaches to Popular and Public History, in P. Ashton e H. Kean (a cura di), People and their pasts: public history today, cit., pp. 42-56, qui pp. 47-48. 95 “Editorial Collective” in “History Workshop Journal”, 1976, n. 1, pp. 1-3, URL: [http://hwj. oxfordjournals.org/cgi/reprint/1/1/1]; doi:10.1093/hwj/1.1.1. _ _ _ _ _ p q g 304 SERGE NOIRET lia un sodalizio di giovani storici nella rivista “Zapruder” impegnati socialmente e politicamente a parlare di storia e tentando d aprire i confini accademici della disciplina96. “Zapruder”, forse l’esperimento più concretamente simile, in Italia, a quanto abbiano realizzato gli storici di Oxford con l’HJW, è l’espressione di un’associazione di storici, “Storia in Movimento” (i “movimenti” sono al centro dei cambiamenti sociali) e dell’Archivio storico della Nuova sinistra Marco Pezzi di Bologna che conserva la memoria dei movimenti di sinistra e giovanili del ’68 e dei movimenti politici e sociali dagli anni ’70 ad oggi. Il periodo di ascesa dei movimenti di rivendicazione sociali e politici in Italia era concomitante con la fondazione di una storia pubblica anglo-sassone dalla quale “Zapruder” trae alcuni insegnamenti per portare la storia dell’oggi fuori dai contesti accademici97. Nel 1980, il fondatore della Public History a Santa Barbara in California, Wesley Johnson fu invitato da britannici e olandesi a quella che fu la prima conferenza di Public History tenutasi nell’Europa continentale, a Rotterdam98. In realtà si trattava di un seminario anglo-olandese di “studi storici applicati” organizzato dal Social Science Council della Gran Bretagna insieme alla nuova università di Rotterdam. Lo storico urbano Anthony Sutcliffe dell’università di Sheffield e uno storico e giornalista, Henk Van Dijk dell’università di Rotterdam ne erano gli ideatori. A loro volta essi invitarono al seminario alcuni storici di altri paesi tra i quali François Bedarida, direttore dell’Institut d’Histoire du Temps Présent di Parigi, e lo stesso Wesley Johnson dagli Stati Uniti. Van Dijk aveva introdotto uno dei primi corsi di storia applicata e pubblica in Europa continentale e la conferenza affrontò temi centrali dell’attività degli storici pubblici come il loro coinvolgimento etico e la loro responsabilità professionale nei confronti del datore di lavoro non universitario, il famoso concetto di “obiettività” centrale in molti saggi e discussioni americane nella rivista The Public Historian99. Tuttavia, fu l’intervento di J.C. Hans Blom, pioniere della storia pubblica nei Paesi Bassi, professore all’università di Amsterdam, che mostrò quanto il ruolo di consigliere storico rivestito, durante il processo (1979-1980) per collaborazione con i nazisti e crimini di guerra nei confronti di un membro del governo olandese e importante collezionista d’arte, Pieter Menten, avesse mobilitato le sue qualità professionali, in quanto storico dell’accusa, descrivendo le attività in Polonia di Menten nel 1941. Grazie al suo lavoro – da storico pubblico –, nel processo, Blom risolse il caso100: “his “Zapruder”, URL: [http://www.storieinmovimento.org/]. Archivio storico della Nuova sinistra Marco Pezzi, URL: [http://www.comune.bologna.it/ iperbole/asnsmp/]. L’archivio “raccoglie materiali (giornali, riviste, manifesti, documenti, volantini) prodotti dalle organizzazioni della nuova sinistra e dai movimenti a partire dalla fine degli anni ’60 e nel corso degli anni ’70 fino ad oggi”. 98 G. Wesley Johnson, Public History in Europe: Maiden voyage, in “Newsletter of the National Council of Public History”, 2/4 e 3/1, 1982, URL: [http://www.ncph.org/Portals/13/Online%20Newsletter/ Vol%202%20No%204%20Vol%203%20No%201.pdf ]. 99 L. Bruser, Objectivity and the Public Historian: A Response, in “The Public Historian”, 1/2, 1979, pp. 5-6, URL: [http://www.jstor.org/stable/3377793]. 96 97 _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 305 presence on the commission enabled it to gather more evidence and to take a broader perspective in conducting the probe.” Quello che Johnson faceva trasparire dalla conferenza era l’ignoranza, che sembrava pervadere il pubblico europeo, nei confronti della diffusione istituzionale ed accademica della Public History negli USA. L’intervento di François Bedarida chiarì come, anche in Francia, proprio in quell’anno, si fosse tenuto un primo seminario di storia pubblica nell’IHTP, sulla base di un dialogo tra i politici responsabili delle decisioni in parlamento e alcuni storici capaci di elaborare con profondità analitica, l’atto decisionale alla luce delle loro capacità professionali: “his Institute is trying to stimulate interest in contemporary history in France in an effort to furnish historical perspectives to planners and decision-makers. Bedarida stressed the utility of more recent historical study as opposed to long term history. He also stressed the importance of historians in planning historical events.” Wesley Johnson concludeva le sue note sulla conferenza preconizzando un possibile futuro, anche Europeo, per la Public History e, comunque, una relazione privilegiata e transatlantica con la scuola Britannica101. La “Public History” verrà riconosciuta – in quanto tale – in Inghilterra soltanto nel 1985 con una prima conferenza internazionale tenutasi sempre al Ruskin College di Oxford da Raphael Samuel. Dieci anni dopo, nel 1996, l’anno della scomparsa di Samuel, lo stesso Ruskin College varava il primo “master” intitolato alla Public History in Gran Bretagna102. Le attività svolte nel biennio del “master”, evidenziavano il modo molto spontaneo di avvicinare il pubblico alla storia e di tentare di includere tutti nell’ambito del fare storia e di permettere delle riflessioni sulla società britannica. Di fatto, il corso faceva leva sui cardini tradizionali della Public History come si stava sviluppando nel Regno Unito103 e si era già istituzionalizzata negli USA aggiungendo però il taglio particolare di Samuel, l’uso, per fare storia, di una forma di maieutica socratica che prendeva spunto da un interazione creativa tra studenti e docenti nell’elaborare oggetti storiografici di vario genere. Samuel pensava di poter suscitare in questo modo delle capacità “da storico” oltre che da “scrittore di storia”, tradizionalmente appannaggio dei soli universitari, questa volta, presso la gente comune. Egli tentava di innovare le modalità di trasmissione dei discorsi storici sulle problematiche sociali della contemporaneità un po’ come faceva Ken Loach con il suo cinema storico ed impegnato104 o 100 G. Wesley Johnson, Public History in Europe: Maiden voyage, cit., p. 1. Il ruolo degli storici di professione nel corso di un processo per crimini di guerra, è stato utile anche in Italia come illustra Paolo Pezzino nel suo libro Anatomia di un massacro: controversia sopra una strage tedesca, Bologna, Il Mulino, 1997. 101 G. Wesley Johnson, Public History in Europe: Maiden voyage, cit., p. 2. 102 Al momento di scrivere queste pagine, il Goldsmith’s College a Londra, sta annunciando il possibile varo di un master specifico in storia pubblica dal 2010 (MA in Public History); Our programmes, URL: [http://www.goldsmiths.ac.uk/history/programmes/]. 103 H. Kean, P. Martin e S.J. Morgan (a cura di), Seeing History. Public history in Britain now, London, Francis Boutle Publishers, 2000. 104 On media, culture and the prospects for a New Liberatory Project: an interview with Ken Loach, in “Democracy & Nature”, 5/1, 1999, pp. 27-32. _ _ _ _ _ p q g 306 SERGE NOIRET un musicista rock come Robert Wyatt, solo di quattro anni più giovane di Samuel, con i testi delle sue canzoni di denuncia delle ingiustizie della storia105. L’auto-riflessione sul rapporto personale alla storia legato a quelle che oggi si potrebbero anche chiamare in parte ego-storie106, si consolidava con l’uso di tecniche di approfondimento del rapporto tra l’io e la storia, da parte degli studenti del Ruskin, nel biennio del master, attraverso una conoscenza della Public History e dei suoi metodi di lavoro. Gli studenti si addestravano a padroneggiare le fonti orali e visuali per poi costruire oggetti storiografici, cosa che entra a far parte oggi degli intenti metodologici della “digital history”107. Vi era inoltre una riflessione approfondita, sul rapporto tra storia e memoria che – nella concezione peculiare di Samuel –, rivestiva l’ambito intimamente personale del rapporto tra l’io e la storia-memoria (Writing myself into history) analizzando anche gli album fotografici di famiglia (Picturing the past) e riallacciandoli, assieme ad altre fonti, alla costruzione delle memorie collettive. In questo, Samuel, e la sua eredità accademica, si distingueva nettamente dalla visione di Roy Rosenzweig che non dava alla memoria uno statuto epistemologico simile a quello della storia. Quando Rosenzweig parlava della storia fatta da ognuno, (“everyone a historian”), egli intendeva precisare il diverso terreno di indagine tra lo storico pubblico e quello accademico, e non il modo di come studiare il passato e portarlo verso il pubblico e vice-versa, suscitando le memorie individuali e collettive, come intendeva fare Raphael Samuel: “it is not the question of how to study and write about the past – 105 R. Wyatt, The United States of Amnesia, canzone pacifista disponibile presso URL: [http://www. last.fm/music/Robert+Wyatt/_/The+United+States+of+Amnesia]. “There are degrees of amnesia, ways to forget/ways to remember all the good that you’ve done/and if you can’t get a witness remind yourselvesnobody’s just perfectly good all the time/and if you killed all those redskins long, long ago/well, they’d all be dead now anyway, anyway/don’t let that ghost disconcert you (the) lord will provide/(a) nice little headstone for the brave Cherokee/(so let’s have) not reservations let’s have a clean sweep/clearing the way for the land of the free/let’s hear it for civilisation once more/build your aryan empire in peace”. (Parte dell’album Old Rottenhat, 1985, URL, [http://en.wikipedia.org/wiki/Old_Rottenhat]. Su Robert Wyatt, URL: [http://en.wikipedia.org/wiki/Robert_Wyatt]. Wyatt interpretò una serie di canzoni classiche del movimento operaio socialista e comunista internazionale nel suo album del 1982: “At Last I Am Free” (Nile Rodgers, Bernard Edwards) – “Caimanera” (Carlos Puebla, José Fernández) – “Grass” (Ivor Cutler) – “Stalin Wasn’t Stallin’” (Willie Johnson) –”Red Flag” (traditional) – “Strange Fruit” (Lewis Allan) – “Arauco” (Violeta Parra) – “Trade Union” (Abdus Salique) – “Stalingrad” (Peter Blackman); Nothing can stop us, URL: [http://en.wikipedia.org/wiki/Nothing_Can_Stop_Us]. Su Wyatt si veda il sito disponibile su MySpace, URL: [www.myspace.com/robertwyatt] e Robert Wyatt, URL [http://en.wikipedia. org/wiki/Robert_Wyatt]. 106 P. Nora (a cura di), Essais d’ego-histoire, Paris: Gallimard, 1987; Luisa Passerini e Alexander Geppert (a cura di): European Ego-Histoires: Historiography and the Self, 1970-2000, in Historein, n.3, 2002; URL: [http://www.historein.gr/3rdPresent.htm]. 107 Un dibarrito tra adetti ai lavori per definire la “digital histoiry” e le sue pratiche, è stato pubblicato nel 2008 dalla rivista dell’OAH a cura di Daniel J. Cohen, Michael Frisch, Patrick Gallagher, Steven Mintz, Kirsten Sword, Amy Murrell Taylor, William G. Thomas III, and William J. Turkel, Interchange: The Promise of Digital History, in “The Journal of American History”, Vol. 95, n. 2, pp. 452-491, URL: [http://www.historycooperative.org/journals/jah/95.2/interchange.html]. _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 307 scrive Bernard Jensen – but rather how people make use of available and relevant pasts in their everyday living.”108. Si trattava inoltre di riflettere su quello che dovesse concorre alla preservazione del passato anche nella cultura materiale (heritage) e attraverso gli oggetti collezionati che testimoniavano di percorsi storici tra memoria individuale e collettiva. “Conceived by the late Raphael Samuel, this pioneering course – the first in Britain – has run successfully at the college since 1996. The MA considers the way in which the past is used in the present, by people, states and institutions. While including the role of heritage, museums, material culture and the built environment in creating particular histories, it also emphasises people’s own engagement with the past through orality, memory and family and local history. All modules emphasise the contested nature of historical knowledge, the relationship between the past and the present, and the role of the historian in creating history.“ 109 Nel 2006, l’IHR (Institute of Historical Research) di Londra realizzò una conferenza chiamata ‘History and the Public’ che riuniva professionalità diverse provenienti dalle università, ma anche dagli archivi, dai musei, dal mondo dell’editoria e dei media, per discutere come la storia venisse “consumata”110 e studiata oggi nella società inglese111. L’anno dopo, nel 2007, si tenne un altra conferenza all’Università di Swansea nel Galles sempre con il contributo dell’IHR e la collaborazione del National Waterfront Museum di Swansea112. Molto vicini alle attività e alle problematiche legate al ruolo anche “empirico” e pratico della storia, – applied history – e agli storici pubblici americani, sono oggi in Gran Bretagna, un gruppo di storici coordinati sotto la bandiera di History & Policy, Connecting historians, policymakers and the media. Essi limitano la loro attività pubblica – da storici – essenzialmente a legare la storia con i media ed i policy makers. Hanno fondato 108 Si veda le riflessioni di B.E. Jensen, Usable pasts: comparing approaches to Popular and Public History, in P. Ashton e H. Kean (a cura di), People and their pasts: public history today, cit., pp. 42-56, qui p. 53. Jensen si riferisce a R. Rosenzweig, How Americans uses and think about the past, in Knowing, teaching, and learning history: national and international perspectives, New York, New York University Press, 2000, pp. 262-283. 109 Course summary. MA Public History, URL: [http://www.ruskin.ac.uk/course/80/modules/]. 110 J. de Groot, Consuming history: historians and heritage in contemporary popular culture, cit. 111 Alcuni podcasts degli interventi più significativi sono conservati in rete. Da segnalare: Historical thinking and the enhancement of public debate, di John Tosh (Roehampton) e An Australian perspective on public history, di Darryl McIntyre (Museum of London), History and the Public, URL: [http://www. history.ac.uk/public/]. 112 La conferenza era dedicata ai temi centrali della Public History, “the concept of public history and its methods; the presentation of history in the media and the heritage sector; telling national stories; the investigation, preservation and presentation of historic environments and artefacts; public and philanthropic investment, interest and involvement in history; the public, commercial and political uses and exploitation of history; official history, propaganda and myth-making; the role and responsibilities of public archives, museums and the heritage sector; the place of history in the community.”, Call for Papers, History and the Public conference, URL: [http://www.swan.ac.uk/humanities/NewsArchive/2006-2007/ Headline,7944,en.php]. _ _ _ _ _ p q g 308 SERGE NOIRET l’associazione “History & Policy” che fa capo ai centri universitari di Londra e di Cambridge, e hanno così rilanciato la tematica della storia pubblica da posizioni politiche meno radicali ed impegnate rispetto a quelle di Samuel e del gruppo del HWJ, negli anni ’70 e ’80. L’associazione e la rivista si occupano, tuttora, di quello che si chiama oltre-manica la “history now”, la storia dell’oggi, che, in realtà, non è altro che una forma di Public History. Le tematiche radicali ed impegnate della storia di ognuno, nei workshops di Samuel, sono ormai trascurate (anche nella stessa rivista) a favore di una linea più specifica di collegamento diretto tra il mondo della politica e quello della storia: “demonstrates the relevance of history to contemporary policymaking; Puts historians in touch with those discussing and deciding public policy today; Increases the influence of historical research over current policy; advises historians wanting to engage more effectively with policymakers and media…”113. La storia radicale del Ruskin college dava luogo nel 2007, presso l’università di Manchester nel UK Centre for the History of Nursing and Midwifery, ad una conferenza di studio intitolata “Radical and Popular pasts in 2007”. La conferenza intendeva descrivere il ruolo di battistrada del Ruskin College nel dibattito britannico sulla natura e sugli usi della “public history”114. Nel 2008 invece è stata l’Università di Liverpool ad organizzare insieme all’IHR una conferenza sulla Public History, ribadendo così l’interesse crescente in Gran Bretagna per il lavoro dei public historians, visti come parte integrante della professione di storico. Se a Swansea nel 2007, si era parlato delle attività del Ruskin College e degli anni di nascita di una disciplina che ora si chiama con il nome di “Public History” anche in Gran Bretagna, nel 2008, a Liverpool, si è trattato invece di studiare le pratiche professionali della Public History “made in USA”: “the uses of history for public purposes and the involvement of the public in the study and consumption of history’115. Sembra dunque che la Public History, dopo una presenza marginale e molto localizzata negli anni ’70 in Inghilterra, abbia ora cominciato ad acquisire uno spazio scientifico e una considerazione maggiore all’interno della disciplina storica nel Regno Unito anche a livello universitario come, d’altronde, in altri paesi di lingua inglese. 113 History and Policy, URL: [http://www.historyandpolicy.org/whatwedo.html]. “History & Policy” nasce dalla collaborazione con l’Università di Cambridge, l’Institute of Historical Research, e la London School of Hygiene and Tropical Medicine e viene diretto dalla nascita nel 2002, dai suoi quattro fondatori, Virginia Berridge, direttrice del Centre for History in Public Health della London School of Hygiene and Tropical Medicine; Alastair Reid, Girton College, Cambridge; Simon Szreter, St John’s College e Pat Thane, Institute of Historical Research. 114 “This year we wish to return explicitly to some of the past concerns of Ruskin college & earlier public historians by explicitly exploring the nature of radical and popular pasts but in a contemporary context”. Invitato d’onore era il regista Ken Loach. La conferenza era organizzata da Sally Morgan, (Massey University, Nuova Zelanda) John Siblon, (City & Islington College) ed Hilda Kean del Ruskin College, URL, [http://www.nursing.manchester.ac.uk/ukchnm/events/conferences/pastconferences/publichistory]. 115 Diversi papers sono accessibili come podcasts. URL: [http://www.liv.ac.uk/history/public-history/]. _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 309 5. Spazi identitari e memorie nella Public History Maurice Halbwachs, sociologo francese, scriveva nel 1925, Les cadres sociaux de la mémoire, e Marc Bloch, nella “Revue de Synthèse historique” ne faceva una lunga recensione anche per tracciare una linea di demarcazione tra le due professioni, una dialettica scientifica tra sociologi e storici116. Bloch era molto interessato a prendere conoscenza di una teoria della memoria collettiva basata, come quella di Halbwachs, sulla psicologia collettiva. La sociologia della memoria era costituita da due aspetti secondo Halbwachs: “tout ce qui entre de social dans les souvenirs individuels”; l’altro aspetto era invece legato allo studio della “mémoire collective au sens propre du mot, c’est-àdire la conservation des souvenirs communs à tout un groupe humain et leur influence sur la vie des société”.117 Bloch partiva dalla definizione data da Halbwachs stesso, di ricordi individuali che integravano tanti punti in comune con quelli degli altri permettendo così una loro sintesi “sociale” e collettiva. Per Bloch, “le categorie di origine sociale permettono di localizzare le immagini del passato nel tempo e nello spazio, di dar loro un nome e di capirle”. E con Halbwachs concludeva che “la mémoire individuelle trouve un point d’appui qui lui est indispensable dans la mémoire collective; en un certain sens on peut dire qu’elle n’est qu’une partie et qu’un aspect de la mémoire du groupe.”118. Halbwachs individuava tre diversi tipi di memoria collettiva: la «mémoire familiale», quella dei gruppi religiosi e, infine, quella della classe sociale. Come medievista, Bloch criticava il fatto che il “costume”, una costruzione complessa di regole e pratiche nel tempo, fosse stata tralasciata da Halbwachs. Bloch non M. Bloch, Mémoire collective, tradition et costume. A propos d’un livre récent, in «Revue de Synthèse Historique», dicembre 1925, T. 40 (14 n.s.), pp. 73-83, qui p. 77, («Revue de synthèse historique, Paris, 1900-1930», in Gallica, URL: [http://visualiseur.bnf.fr/ark:/12148/cb34414149d/date]. 117 M. Halbwachs, Les cadres sociaux de la mémoire, Paris, F. Alcan, 1925, p. 199. Rolf Petri, al’università di Venezia, condivide la prospettiva di Halbwachs e scrive che “l’introspezione dell’uomo moderno passa attraverso l’identificazione con il suo ambiente, dal momento che la persona riesce a cogliere dagli oggetti distribuiti nello spazio dell’esperienza un qualche riflesso di sé. […] L’IO viene immaginato e costruito attraverso la sua traccia inserita negli oggetti dello spazio ed è quindi un tipico prodotto della memoria. […]. La cerniera tra costruzione personale e collettiva dell’identità sembra quindi insita in questo intreccio indissolubile tra memoria biografica e memoria collettiva […]. Un intreccio inestricabile quindi, per il necessario coincidere e sovrapporsi di molti oggetti della memoria biografica con quelli della memoria collettiva, compresa quella pubblica e dei suoi miti. Impossibile dunque, costruire un immagine di sé senza specchiarsi in qualche modo… nelle mode, nel senso di generazione, nelle trasformazioni sociali ed economiche, nelle cesure politiche, nei drammi bellici, nei conflitti violenti, ne simboli e nei riti di rimembranza delle comunità di appartenenza …il che conferma il carattere eminentemente sociale di ogni costruzione dell’io.” Cito questi passaggi di Petri grazie alla gentile concessione dell’autore per una lettura in anteprima da una versione ancora provvisoria; R. Petri, Nostalgia e Heimat. Emozione, tempo e spazio nelle costruzioni dell’identità, in Id., (a cura di), Nostalgia. Memoria e passaggi tra le sponde dell’Adriatico, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 2009, in corso di stampa (Si veda il Blog di Rolf Petri, URL: [http://rolfpetri.blogspot.com/2009/01/forthcoming-book-nostalgia.html]). 118 M. Halbwachs, Les cadres sociaux de la mémoire, cit., p. 169. 116 _ _ _ _ _ p q g 310 SERGE NOIRET rifiutava dunque l’idea secondo la quale si riteneva che la coesione sociale del gruppo avvenisse grazie alla presenza di una memoria collettiva, e che quindi valeva la pena di studiarla nei processi storici. Egli aggiungeva che essa – la memoria collettiva – procedeva pure nella sua costruzione, dalle idee e dalle convenzioni che scaturivano dal presente. Non vi sono esclusioni tra queste due componenti: «elles n’existent en vérité que l’une par l’autre; la société n’interprète ou même, ne connaît le passé qu’à travers le présent et par ailleurs le présent n’a pour elle de sens concret et de valeur émotionnelle que parce que derrière lui s’entrevoit une certaine durée.»119. In realtà, la memoria collettiva nasce da una conoscenza del presente sul lungo termine, come la religione che richiama riti, pratiche, ricordi della vita del Signore. In quel senso scrive ancora Bloch, “la mémoire collective, comme la mémoire individuelle, ne conserve pas précisément le passé, elle le retrouve et le reconstruit sans cesse, en partant du présent. Toute mémoire est un effort.»120. Laddove Halbwachs si fermava, gli storici dovevano invece cominciare a lavorare: Bloch proponeva loro di studiare le conseguenze – per loro stessi – della presenza nella classe sociale di una mentalità collettiva legata alle rappresentazioni della tradizione. La “tradizione” e la sua reinvenzione quotidiana era stata tralasciata nei “cadres sociaux de la mémoire”, e, invece, trovava conferma nelle pratiche degli storici pubblici alle prese con un processo di ricostruzione della memoria121. Per ottenere che un gruppo sociale si ricordi, ricrei le coordinate attraverso la memoria collettiva, non bastava che i componenti del gruppo custodissero gli elementi della memoria dell’attività passata del gruppo stesso. Secondo Bloch, i suoi membri più anziani dovevano tramandare ai più giovani le rappresentazioni del passato. Per fare ciò, la presenza di intermediari era necessaria. Ci volevano i “professionisti della memoria”, degli storici pubblici capaci di integrare le memorie individuali e collettive nella ricostruzione comunitaria del passato. Rolf Petri, storico tedesco dell’università di Venezia, conduce da alcuni anni degli studi a carattere interdisciplinare sulla memoria collettiva. Vi sono due aspetti della riconduzione dell’io al gruppo – e viceversa –, e per farlo, scrive Petri, si usano dei “marchingegni concettuali come le “identità multiple” riferibili a famiglia, comunità, associazione, nazione, religione ed altre appartenenze che vengono opportunamente brandite a seconda del contesto e della situazione, [io/collettivo n.d.A.], attraverso la temporalità delle storie e delle memorie, personali e collettive, a cui, infatti, è inerente M. Bloch, Mémoire collective, tradition et costume, cit., p. 76. Ivi, p. 77. Bloch chiedeva ad Halbwachs di studiare anche gli errori della memoria collettiva come fanno gli storici, cioè addentrandosi nella storia delle “coutumes médiévales” basate sulla continuazione, nel tempo, di attività che ottengono poi un valore giuridico dalla loro reiterazione come, d’altronde, nel diritto anglo-sassone. 121 Per il filosofo americano, George Herbert Mead, “l’introspezione dell’uomo moderno passa attraverso l’identificazione con il suo ambiente dal momento che la persona riesce a cogliere dagli oggetti distribuiti nello spazio dell’esperienza un qualche riflesso di Sé,” (R. Petri, Nostalgia e Heimat. Emozione, tempo e spazio nelle costruzioni dell’identità, cit.). 119 120 _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 311 quella medesima tensione che, a noi qui piace chiamare “nostalgia””122. Petri s’interroga sul significato della Heimat dei tedeschi come nostalgia della patria o delle piccole patrie regionali e locali123. Si potrebbe dire che la Heimat è anche nostalgia delle appartenenze e dunque ricerca, individuazione dei parametri che la possano ridefinire. Questo tentativo di recupero delle memorie collegate alle piccole comunità è, come abbiamo visto, una delle attività principali degli storici pubblici oggi, quella di indagare sulle tensioni tra memorie individuali e collettive in prospettiva storica. Heimat riguarda certamente il rapporto dei tedeschi alla loro patria, (il malsano attaccamento al passato che pone le basi per riprodurre gli stessi errori secondo Paul Ricoeur)124, tuttavia il concetto stesso ci sembra idoneo nel contesto di una ricostruzione memoriale, opera di storici pubblici, per definire la volontà di impiantare dei valori collettivi, dei sentimenti e ricordi collettivi nel quadro di un’esperienza individuale e personale: nel quadro – direbbero Samuel e Rosenzweig –, di un’esperienza che si fa “storia”. Nasce così una relazione tra due livelli, il collettivo e l’individuale attraverso una precisa connotazione geografica territoriale della nostalgia: l’Heimat che genera nostalgia di sé permette così all’individuo di connotarsi e di ritrovarsi nelle sue identità, di “essere in sé” attraverso un viaggio emotivo delimitato anche dalle coordinate spaziali e temporali della memoria. Nella società virtuale contemporanea, quella che non solo attinge alla rete, ma a tutti i massa-media che poi confluiscono nella rete, il sentimento collettivo si elabora così fuori dalla piazza reale e pubblica: il lancio dei “pavés” del 68 e il richiamo di massa che allora intendevano suscitare, stanno oggi convergendo verso pratiche politico-emozionali che si dipanano nei nuovi media125. Le passioni individuali si riverberano nelle passioni collettive anche più decisive per le sorti delle nostre società democratiche come l’elezione di un presidente americano. La rete tiene insieme gli individui attraverso il passaggio dell’informazione che mobilitando energie e sentimenti, produce nuovi flussi emotivi a loro volta cavalcati dagli attori politici. Il presidente americano Obama ha seminato la rete delle sue idee e della sua attività quotidiana durante la campagna elettorale del 2008, ma lo ha fatto con successo perché rivolgendosi ad ognuno con i metodi offerti dai social networks; egli ha mobilitato non solo le piazze con i suoi discorsi, ma anche le energie individuali che, nella rete, suscitano raggruppamenti sociali e identità collettive126. L’individuo entra dunque a far parte di un movimento, di una rete di azioni e valori che poi plasmano e cavalcano le sue emozioni individuali nel collettivo. Le operazioni di comunicazione politica costruiscono così un oggetto di analisi nella rete per la Public History, attraverso il lavoro specifico in questo caso, del Public Historian. R. Petri, Nostalgia e Heimat, cit. Ibidem. 124 P. Ricœur, La mémoire, l’histoire, l’oubli, Paris, Editions du Seuil, 2000. 125 M. Benci, La “rivoluzione in diretta”. Il Maggio francese tra cronaca e mito, in “Memoria e Ricerca”, n. 29, settembre-dicembre 2008, pp. 169-188. E soprattutto A. Benci, G. Lima e A. Mangano, Il Sessantotto è finito nella rete. Il “1968” in linea: articoli, riviste, pubblicazioni e convegni nell’anno del quarantennale, Pistoia, Centro di Documentazione Pistoia Editrice, 2009. 122 123 _ _ _ _ _ p q g 312 SERGE NOIRET Tuttavia, dobbiamo affrontare anche il movimento contrario: quello che dall’individuo conferma, e dal corpo rivela, il valore universale, più generale delle emozioni individuali che, ragruppate nella rete, permettono dal basso all’alto questa volta, di re-suscitare – e con questo di costruirla – una memoria collettiva. Le fotografie del secolare processo industriale e sociale di una fabbrica “a più teste” come la Dalmine presso Bergamo, che analizzo nel punto seguente, permettono agli individui di richiamare la memoria di un processo economico ed industriale collettivo che ha modellato le loro vite. Con il MUVI lombardo che vedremo più avanti, ci si addentra invece nel rapporto intimo con il territorio e le sue identità culturali ed antropologiche. Lo strumento scelto dagli autori dei due progetti, la rete, ripete così i migliori tentativi della storia pubblica americana per richiamare le memorie individuali e sociali condivise, fare storia sul terreno, e usare le procedure tecnologiche nuove offerte dal web: inviate le vostre foto, i vostri commenti alle foto, le vostre cartoline, i vostri racconti, fatevi intervistare e caricate le interviste come documenti audio, di storia orale, interagite con il sito, e parteciperete così all’impresa memoriale collettiva con le vostre testimonianze; ecco cosa ci dicano questi progetti condivisi. D’altronde, chiunque entrando nel museo della memoria dell’attentato dell’11 settembre a Manhattan, lo può fare non soltanto offrendo un pezzo di storia sotto forma di testimonianza scritta di come l’evento sia stato vissuto, ma anche parlando delle emozioni che la ricostruzione museale, (o il sito web del CHNM) possano avere provocato nello spettatore. È un po’ come partecipare alla memoria collettiva, al fatto collettivo ed epocale, è condividerne l’emozione, “la nostalgia”, fondere l’io nel collettivo. Con l’atto di adesione volontaria, ci si sente partecipi della memoria condividendo l’evento stesso e partecipando alla costruzione della storia. Ci s’immedesima nella storia e, in questo modo, si costruiscono le premesse e si raggiungono gli scopi della Storia Pubblica. L’Heimat romantica e nostalgica dei tedeschi dell’Ottocento rivestiva un valore fondante per suscitare sentimenti di appartenenza. Non ci si doveva scostare da quelle emozioni collettive, pena la perdita dell’appartenenza al gruppo, la cesura con le radici anche metafisiche dell’identità. 126 Del sociologo catalano, cito qui soltanto il libro maggiormente conosciuto in italiano: M. Castells, Galassia Internet, Milano, Feltrinelli, 2002. Su Castells si veda di F. Stalder, Manuel Castells and the Theory of the Network Society, Oxford, Polity Press, 2006 ed i siti web che contengono molti saggi in accesso diretto come quello di Castells stesso, presso la University of Southern California Annenberg, School of Communication, URL: [http://annenberg.usc.edu/Faculty/Communication/CastellsM.aspx], e il suo sito personale catalano della Universitat Oberta de Catalunya, URL: [http://www.manuelcastells.info/en/]. Infine, un eccellente sito di promozione dei suoi concetti sociologici chiave anche nel campo delle sue analisi sulla network society, un corso in italiano di Tommaso Tozzi, corso di Multimedialità e Comunicazione Visiva, per il Corso di Laurea “Formatore multimediale”, Scienze della Formazione, Università degli Studi di Firenze, 2002-2003: Manuel Castells, URL: [http://www.hackerart.org/corsi/fm03/esercitazioni/civardi/ index.htm]. _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 313 Oggi, con la rete, si costruiscono molteplici heimat ed identità parallele. Il ruolo del Public Historian è di ricostruirle per renderle evidenti e condivisibili anche per le altre comunità. La tecnologia di rete e i networks sociali permettono addirittura di ricreare spazi di identità comuni per le minoranze che non avrebbero la possibilità di raggrupparsi non avendo, da sé, la capacità di tessitura di un identità collettiva e di analisi della presenza, e dell’uso, della storia nella società. Solo spostandosi nel virtuale, approdando nel web stesso e nei siti, tali identità marginali, dimenticate, sorpassate dalla storia, riescono a riprendere vita e consistenza127. Questo terreno viene battuto, in primis, dagli esperimenti lavorativi degli storici pubblici desiderosi di rintracciare le storia e le memorie delle più piccole comunità americane, anche di quelle ormai scomparse, come le comunità indigene dell’Ottocento. 6. Storia pubblica e fotografie di rete: esempi italiani Dall’inizio della loro costituzione, i programmi di storia pubblica americani erano stati enormemente attratti dai media della comunicazione di massa, vettori essenziali di una storia ripensata anche alla luce dei processi comunicativi messi in scena dai media. L’uso delle testimonianze nei programmi di storia orale, l’incorporazione dell’immagine fissa e dei filmati, il ricorso ai documenti audio in formato MP3, oltre che come fonti primarie, i podcasts di programmi di storia128, sono ormai pratiche intrinseche del fare e comunicare storia nell’ambito della storia pubblica. I media rivestono un ruolo cruciale nel traghettare i discorsi storici, nell’inquadrare eventi ed interessi contemporanei nella loro prospettiva storica, quel ruolo che la carta stampata rivestiva invece per la storiografia tradizionale. Un’altra componente importante del fare storia pubblica, più volte richiamata sopra, era quella di dialogare con il pubblico al quale ci si indirizzava, anche per completare ed arricchire la storia che si stava narrando e tessere le identità collettive. È proprio questo tipo di attività e di interazione dialettica che oggi in Italia si sta allestendo attorno alle mostre e ai musei di storia o promuovendo workshops aperti anche ad un pubblico di non specialisti, oltre che spesso di veri testimoni portatori di memorie individuali, capaci di arricchire la storia stessa e di contribuire così alla consapevolezza della memoria collettiva. Basta richiamare come esempio, il pionieristico progetto di rete e forse il migliore esempio italiano di Public History – che non sa di esserlo –, il M.U.V.I. (Museo virtuale S. Noiret, Riflessioni sui risultati dell’indagine: Storia e Memoria nella Rete, in A. Criscione, S. Noiret, C. Spagnolo e S. Vitali, La Storia a(l) tempo di Internet: indagine sui siti italiani di storia contemporanea, (2001-2003), Bologna, Pátron editore, 2004, pp. 295-352. 128 E. Salvatori, Hardcore history: ovvero la storia in podcast, in “Memoria e Ricerca”, n. 30, gennaioaprile 2009, in corso d stampa. 127 _ _ _ _ _ p q g 314 SERGE NOIRET della memoria collettiva di una regione: la Lombardia)129 in rete dall’ottobre 2000130, e la recente mostra virtuale organizzata dalla Fondazione Dalmine attorno agli scatti fotografici e le testimonianze della storia dell’industria multinazionale bergamasca. La mostra Faccia a faccia, mostra fisica di fotografie che provengono dalle collezioni dell’archivio storico della Fondazione Dalmine, è anche diventata un sito web della memoria del lavoro e della cultura industriale nel Nord Italia. Attorno alle immagini della mostra fisica e virtuale, è stato allestito un workshop in due sessioni, Le facce della memoria. Fotografie, industria e persone nell’era di internet131, nel quale vennero coinvolti – in quanto primi ideatori italiani di questo rapporto tra storici, giornalisti e pubblico –, proprio gli autori del progetto lombardo del MUVI. La continuità esiste ed è diretta, tra l’archivio, la mostra e la storia dell’industria, attraverso il percorso di presentazione selettivo delle immagini elaborato dagli archivisti, per sollecitare le testimonianze individuali anche usando le tecnologie “sociali” del web 2.0. Le fotografie parlavano di “storie da leggere, sfogliare, riconoscere. Storie da raccontare. Il pubblico ha partecipato attivamente alla mostra riconoscendo amici, colleghi, parenti o conoscenti, annotando o raccontando storie, aneddoti, notizie ed informazioni, e contribuendo a ricostruire i cento anni di storia dell’impresa dal punto di vista dei suoi protagonisti.”132. Essa offre ritratti di gruppo e di singoli dipendenti e delle loro famiglie attorno all’attività industriale, i luoghi della produzione, gli eventi commerciali, l’attività amministrativa oltre alla vita sociale delle maestranze, quelle sociali con la presenza di persone che, in generale, parteciparono alla vita dell’impresa multinazionale dell’acciaio. L’interesse peculiare di questa mostra in rete, un tipico esempio “italiano” di storia pubblica d’origine americana, è la richiesta di partecipazione dei visitatori virtuali con l’aggiunta di commenti, la proposta di co-descrivere le fotografie con le testimonianze e, 129 Si veda la mia scheda sul progetto innovativo di rete MUVI, disponibile in in A. Criscione, S. Noiret, C. Spagnolo e S. Vitali, La Storia a(l) tempo di Internet: indagine sui siti italiani di storia contemporanea, (2001-2003), cit., pp. 138-142. Rinvio anche a S. Noiret, Una lente italiana per accedere alla storia contemporanea in internet, in Les historiens, leurs revues et Internet, journée d’études ENS, octobre 2003, URL: [http://barthes.ens.fr/clio/dos/int/noir.html]. Il MUVI bolognese della vita quotidiana e degli oggetti quotidiani in una casa degli anni ’50, un progetto simile a quello lombardo, è stato analizzato da M.C. Liguori, Museo virtuale della vita quotidiana nel secolo XX evoluzione di un progetto, in “Storia e Futuro”, n. 18, ottobre 2008, URL: [http://www.storiaefuturo.com/it/numero_18/didattica/3_muvi-museo-virtuale-vitaquotidiana~1193.html]. “La realtà virtuale – scrive la Liguori – e le nuove tecnologie possono offrire molte opportunità. MUVI è la testimonianza di queste potenzialità, di come, anche con risorse limitate, sia possibile realizzare un prodotto efficace, valido supporto alla contestualizzazione di oggetti storici e alla loro narrazione”, un chiaro esempio di Public History all’italiana, che solo la rete e le sue tecnologie, in questo caso anche tridimensionali, permettono di realizzare. 130 MUVI nell’Internet Archive, URL: [http://web.archive.org/web/*/http://www.muvi.it] mentre il sito ha recentemente (febbraio 2008) cambiato dominio in URL: [http://www.muvilo.it/]. 131 A cura di C. Lussana, Le facce della memoria. Fotografie, industria e persone nell’era di internet, 21 e 28 novembre 2008, Fondazione Dalmine, URL: [http://www.fondazione.dalmine.it/pdf/FacceMemoria_ Programma_2008.pdf ]. 132 Fondazione Dalmine: Faccia a Faccia, URL: [http://www.fondazione.dalmine.it/album_virtuale/ home.html]. _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 315 infine, anche l’aggiunta di materiali documentari a proposito delle storie e dei percorsi individuali di ognuno che si ricollegano poi, all’esperienza collettiva del lavoro in fabbrica e alla vita attorno ad essa. In Italia, la fotografia è stata riconosciuta molto tardivamente come arte o come testimonianza del presente con la nascita di un Museo della Fotografia contemporanea a Cinisello Balsano all’inizio del XXI secolo133 mentre, già negli anni ’70 e ’80 in America, sotto la spinta anche delle ragioni della Public Hstory, la fotografia diventava fonte essenziale per l’analisi delle comunità locali e delle loro memorie. Quasi allo stesso tempo, in Europa fiorivano le istituzioni museali e gli archivi che riconoscevano alla fotografia il suo statuto di forma di espressione artistica oltre che di fonte importante della storia contemporanea. E di fatto, non esiste oggi un progetto di storia digitale legato agli intenti della Public History che non integri anche un archivio fotografico. Queste nuove fonti del contemporaneo, le fotografie caricate sul web dalla Fondazione Dalmine, sono accessibili sotto forma di un duplice corpus. Vi sono gli album personali con pochi elementi di descrizione dell’oggetto rappresentato nella fotografia, che non favoriscono un uso “scientifico” delle fonti. Si vuole qui suscitare un’emozione e coinvolgere lo spettatore con fotografie che, prese singolarmente, sono spesso di una grande bellezza estetica. Tuttavia, gli scatti digitali isolati perdono il loro valore nel tempo perché non si integrano così in un corpus significante: non possiedono un apparato di meta-dati che potrebbero collocarle in rete, come nell’archivio fisico134. Le fotografie che rappresentano gruppi di operai sorridenti davanti o dietro ai macchinari della Dalmine sono state inviate da Alessandro Gamba con pochissimi metadati: soltanto una datazione, “anni quaranta”135. Di quali anni ’40 vediamo un immagine? Quelli della guerra o della ricostruzione del dopoguerra? Il fotografo è ignoto e solo alcune persone vengono identificate in modo da offrire un appiglio maggiore per la lettura dell’immagine. Dove sono, cosa fanno, qual è il rapporto alla fabbrica. Perché si fanno fotografare? Se non rispondessimo o tentassimo di rispondere a queste domande, dovremmo allora solo valutare le fotografie per quello che ci comunicano Solo nel 1999, il ministero per i beni culturali di allora aveva creato la famosa scheda F per catalogare le fotografie, appunto, come beni culturali. (R. Valtorta: “Fotografia e musei in Italia. L’esperienza del Museo di Fotografia Contemporanea.”, in S. Lusini (a cura di), La cultura fotografica in Italia oggi, Firenze, Italia Grafiche, 2007, pp. 71-74.) 134 Stefano Vitali scrive che “perché questa disponibilità cospicua di materiali possa trasformarsi davvero in fonti utilizzabili all’interno di percorsi di ricerca storica devono tuttavia darsi alcune condizioni che non sempre sono rispettate. Innanzi tutto una corretta catalogazione, che non solo consenta di reperirle in sede di ricerca, ma che soprattutto dia conto con un buon livello di accuratezza filologica, della loro provenienza, dei loro caratteri, del contesto documentario nel quale sono collocate, del carattere del supporto e via dicendo.” (S. Vitali, Passato digitale. Le fonti dello storico nel era del computer, Milano, Bruno Mondadori, 2004, p. 99.) 135 Album personale di A. Gamba, URL: [http://www.fondazione.dalmine.it/album_virtuale/ home.html]. 133 _ _ _ _ _ p q g 316 SERGE NOIRET esteticamente? Molte fotografie in rete e non, entrando a far parte della mostra “Faccia a Faccia” finiscono così per essere collocate fuori dal loro contesto archivistico di origine, nell’archivio personale di chi le ha donate. Esso è sparito nella presentazione volontaria sul web, da parte di chi le possedeva. Certo abbiamo un nuovo archivio, un nuovo corpus nel web che viene creato dalla Fondazione e dall’archivio della Dalmine stessa e che viene eventualmente e potenzialmente corredato dall’aggiunta di senso che visitatori, famigliari, conoscenti, ex-lavoratori della fabbrica potrebbero offrire. Nella mostra virtuale della Dalmine, vi sono poi gli album “ufficiali della mostra”. Guardiamo le fotografie del periodo 1906-1926, quelle della crescita industriale anteguerra e anche della nascita della conflittualità sociale e delle occupazioni delle fabbriche del settembre 1920 per esempio. Vi sono alcune foto delle quali si conosce il fotografo: “Ogliari”, ma la meta-datazione rimane povera, molto lontana dai connotati della famosa scheda concepita dal ministero per i Beni culturali per la descrizione delle fotografie come documenti archivistici136 essendoci scritto soltanto, “laminatoio continuo, metà anni venti”. Molte immagini della mostra virtuale Faccia a Faccia sono – come spesso negli archivi fotografici portati in rete – degli scatti isolati e privati del senso dell’archivio, che però prendono un senso “altro”, dato da un loro accostamento in rete, e dal fatto di essere selezionati entro un particolare percorso visivo e, talvolta, “riconosciute” dai visitatori virtuali. Quanto viene rappresentato nella fotografia, non è sempre intelligibile proprio per la mancanza di datazione, di nome del fotografo, del luogo dov’è stata scattata la foto, dei nomi di chi viene fotografato, cose che tuttavia non si trovano necessariamente in un contesto archivistico di fotografie analogiche. È soltanto dall’interazione con chi sappia decifrarle, che le foto potranno diventare un elemento importante delle memorie del lavoro o dell’economia industriale, riallaciarsi alla memoria collettiva o, meglio, risuscitarla. Le fotografie necessitano di sguardi interpretativi simpatetici (di condivisione sentimentale) oltre che di decifrazione della possibile conoscenza – dopo interpretazione – del rappresentato. È molto evidente che la fotografia proveniente dalla collezione privata di Francesca Biancardi Maggi con una locomotiva ferma in primo piano, non trasmette “senso storico” se non eventualmente per chi fa storia della tecnica e può informarci sul modello di locomotore mostrato, forse sull’anno della sua produzione ecc. Invece con la “caption” a cura della donatrice, il testo offerto come complemento all’immagine, sappiamo di questa locomotiva in un processo lavorativo che va oltre le informazione pubblicate137. Si tratta della locomotiva costruita da suo marito con i colleghi, per trasportare materiali per la manutenzione dei macchinari dislocati in vari capannoni. La memoria individuale raggiunge così P. Callegari, Verso il catalogo unico. La catalogazione informatizzata delle fotografie alla luce della scheda F, in O. Goti e S. Lusini (a cura di), Strategie per la fotografia. Incontro degli archivi fotografici, Prato, Archivio Fotografico Toscano, 2001, pp. 14-18. 137 Dalmine, Anni Sessanta, Autore ignoto. (Fotografia 10, sezione “Tuo Album”, URL: [http://www. fondazione.dalmine.it/test/album_virtuale/home.html]. 136 _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 317 quella collettiva, attraverso l’immagine che prende – grazie al testo che la completa – un senso storico, anche ai nostri occhi, mentre prima, eravamo soltanto ad elaborare congetture e letture di tipo personale, anche distaccate da quanto possa rappresentare la fonte fotografica stessa. Siamo messi di fronte a scatti analogici che sono stati digitalizzati e posseggono spesso un grande valore emotivo ed estetico e che, tuttavia, sono diventati fonti quasi inutili per lo storico, il quale dovrebbe consultare il fondo cartaceo con una propria ampia descrizione e saperne così di più su ogni scatto. La leggibilità delle immagini è scarsa in rete, anche se la tecnologia Java utilizzata ci fornisce la possibilità di riquadrare l’immagine a piacimento138. Nonostante questi stratagemmi tecnologici interattivi, rimaniamo di fronte ad un percorso museale nel quale la selezione degli scatti procede da criteri espositivi e non scientifici: alcune immagini che, si pensa, saranno rappresentative dell’epoca, del soggetto per suscitare scatti di memoria. Il discorso dello storico pubblico nell’allestire una mostra virtuale può accontentarsi di queste modalità di diffusione o il suo scopo epistemologico deve essere anche altro, incorporando alcune regole filologiche di presentazione? È possibile coniugare un’offerta scientificamente valida, con una proposta editoriale di divulgazione attraverso la rete, con un percorso estetico e leggero, nostalgico del tempo che fu, ma anche di celebrazione della lunga storia della fabbrica e della ricostruzione della sua memoria collettiva? Queste iniziative digitali indirizzate ad un largo pubblico, potrebbero offrire anche l’interezza di un archivio, non filtrato dalle decisioni tecniche dei webmasters e dei curatori della mostra, o, siamo di fronte a due finalità diverse, quella scientifica in questo caso, e quella ludica, dilettantesca, nel caso della mostra selettiva? O il percorso museale selettivo deve anche “educare” il grande pubblico, oltre ad una generica sensibilizzazione estetica come nei miglior esempi della Public History americana? Il sito web costruito dai Public Historians, gli archivisti della Dalmine, deve o no, rispettare dei criteri di descrizione scientifica delle fotografie presentate pur nel contesto ludico di una mostra virtuale? 138 Va segnalata l’attenzione di Manfred Thaller per la riproduzione digitale dei codici diplomatici della cattedrale di Colonia, un esperimento pilota in Germania che mette in pratica un miglioramento della fonte fisica trattata come meta-fonte digitale. (CEEC, Codices Elctronici Ecclesiae Coloniensis, URL: [http://www.ceec.uni-koeln.de/]). Come scrive Thaller: “a digital object is enhanceable if the digital version provides access to information that cannot be extracted from the original with the unaided eye.” (Manfred Thaller: “From the Digitized to the Digital Library.”, in “D-Lib Magazine”, 7/2, febbraio 2001, URL: [http://www.dlib.org/dlib/february01/thaller/02thaller.html] e [DOI: 10.1045/february2001-thaller]. Di straordinaria rilevanza per permettere una lettura ideale di qualsiasi dettaglio delle immagini riprodotte è oggi la World Digital Library sponsorizzata dall’UNESCO e dalla Library of Congress di Washington, URL: [http://www.wdl.org]. Le fonti primarie in formato “immagine” testimoniano nei secoli della storia di tutti i continenti usando di una tecnologia nuova che aggiunge i pixels necessari ad una lettura ottima per qualsiasi livello di ingrandimento. Si veda la scheda sulla World Digital Library in EHPS, il portale per accedere alle fonti primarie della storia europea, European History Primary Sources, URL: [http://primarysources.eui.eu/website/world-digital-library]. _ _ _ _ _ p q g 318 SERGE NOIRET Vi è la necessità di preservare le regole deontologiche dei Public Historians, illustrate più sopra, anche rivolgendosi ai pubblici non accademici nei percorsi museali139. La completezza del fondo, oltre che la leggibilità delle singole fotografie, dovrebbero essere obbiettivi da raggiungere anche nel caso degli archivi “inventati”, per realizzare una riproduzione dei documenti in linea che può anche non rispecchiare la loro organizzazione fisica in archivio? Anche nell’ambito di una mostra divulgativa bisognerebbe tentare, se possibile, di selezionare alcuni scatti piuttosto che altri in rapporto ad un corpus ed una collezione completa di riferimento anche se l’archivio inventato in rete proporrà un “altro” corpus e, de facto, un altro archivio. In un secondo tempo, lo storico potrà così fare la sua scelta come, d’altronde, la farà anche il pubblico. Queste domande epistemologiche non ricevono rispose univoche in rete e nemmeno negli archivi interattivi di fotografie americani che procedono – come nel caso del MUVI – da uno scambio con il pubblico. Il sito “collected visions”, a cura della fotografa Lorie Novak, presso il sito della New York University, offre percorsi personali ambientati nelle mostre realizzate sul web e arricchite dalle fotografie personali; si possono creare dei “photo essays” e rivedere le collezioni create direttamente dagli utenti nel “collected visions museum.”140. Allo stesso modo e senza la possibilità di caricare le fotografie in proprio, le diverse iniziative della Fondazione Dalmine, tra storia e memoria, hanno coinvolto alcuni protagonisti della storia dell’impresa industriale, anche minori, con le loro testimonianze di storia orale caricate nel sito web stesso, oltre che durante il workshop organizzato per riflettere sulle immagini.141 In questo modo, alcuni scopi iniziali della Public History come la voglia di coinvolgere il pubblico, altri gruppi sociali dimenticati dai grandi processi storici come i lavoratori delle grandi fabbriche, vengono portati avanti grazie all’uso delle tecnologie più recenti dei nuovi media che suscitano la partecipazione memoriale all’evento. La partecipazione popolare passiva (lettura della storia) o attiva (partecipazione alla storia) è incoraggiata dalle tecnologie stesse della rete di nuova generazione (web 2.0) nel presentare e anche preservare il passato e in questo caso ci avviciniamo di più alla creazione di “nuovi archivi”, di archivi inventati, per riprendere un concetto che Roy Rozenzweig142 aveva attribuito al noto sito di storia della guerra di secessione creato da Edward Ayers, The Valley of the Shadows143, prima di realizzare il progetto September 11. La storia pubblica integra la storia degli individui nelle foto e si consolida con l’apporto sostanziale delle nuove tecnologie di rete che hanno ravvicinato storia, memoria e largo pubblico. L’uso dei media digitali e del computer hanno permesso di “democratizzare” la storia, incorporando più voci e più protagonisti, nell’atto di conM. Wallace, Visiting the past: historical museums in the United States, in S. Porter Benson, S. Brier e R. Rosenzweig (a cura di), Presenting the past: essays on history and the public, cit., pp. 137-164. 140 L’archivio inventato che contiene numerose storie di famiglia, personali di bambini e dell’infanzia, storie segrete, ecc., frutto della collaborazione aperta con il pubblico, possiede “3,000 photographs submitted by hundreds of people”, Collected Visions, URL: [http://cvisions.nyu.edu/mantle/index.html]. 139 _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 319 cepire gli oggetti stessi del ricordo, e di conservare le testimonianze del passato e della memoria storica. Il M.U.V.I, il progetto pionieristico lombardo di storia e antropologia sociale e culturale a carattere locale, del quale abbiamo parlato, fa anche uso della fotografia, una delle fonti centrali dell’apparato euristico dello storico pubblico, e, per di più, nella versione che ha permesso a questa fonte di ottenere un valore universale in rete, con le fotografie di ognuno che raccontano storie ed esperienze individuali. Di fatto, le gerarchie delle fonti tradizionalmente legate alla stampa si sono ridisegnate dopo l’entrata prepotente della rete nel mestiere di storico: la fotografia – e in generale tutto l’apparato iconografico – acquisisce uno statuto di icona della storia, dal momento esatto del suo riversamento nei formati digitali e della sua diffusione nel web. Le fotografie diventano segni non da sole, ma quando dialogano con meta-informazioni (l’apparato di descrizione filologico) o nei contesti di rete. Nella mostra Faccia a Faccia, abbiamo visto un uomo alle prese con una fonderia, e le meta-informazioni, in quel caso, ci dicono quando e dove, utili complementi informativi del veduto. Un libro di fotografie che documentano la storia delle cooperative della provincia di Ravenna è stato intitolato “scatti di memoria”. Il geografo Lucio Gambi scrive di quelle fotografie che erano fonti per una storia locale oltre che testimonianze dello sviluppo economico e dei paesaggi, che andavano oltre gli intenti puramente estetici degli stessi paesaggi fisici riprodotti in altre collezioni di fotografie. “Scatti di memoria” è così diventato un prodotto culturale italiano di “storia pubblica” con le fotografie passate nel formato digitale dapprima in un CD-ROM che includeva l’intero archivio fotografico della lega delle cooperative di Ravenna; la mostra fisica era soltanto la risultante di un percorso scelto e riassuntivo di un itinerario storiografico e culturale144. Oltre 141 Le facce della memoria. Fotografie, industria e persone nell’era di internet, 21 e 28 novembre 2008, Fondazione Dalmine, cit. 142 Seguendo Rosenzweig, ““invented archives” [are] sites devoted to collecting and making available documents that are scattered in various “real” archives”, in M. O’Malley and R. Rosenzweig, Brave New World or Blind Alley? American History on the World Wide Web, URL: [http://chnm.gmu.edu/resources/ essays/bravenewworld.php], pubblicato originariamente nel “Journal Of American History”, 84/1, giugno 1997. Lo stesso concetto viene ripreso in R. Rosenzweig, The Road to Xanadu: Public and Private Pathways on the History Web, in “The Journal of American History”, 88/2, 51 pagine, URL: [http://www.historycooperative.org/journals/jah/88.2/rosenzweig.html]. Il saggio di Rosenzweig fa ora parte delle note del libro scritto da Rosenzweig insieme a Dan Cohen per iniziare alla pratica della “Digital History”: Digital History: A Guide to Gathering, Preserving, and Presenting the Past on the Web, URL: [http://chnm.gmu.edu/ digitalhistory/]. È ripreso interamente nell’apparato dei “links” che, secondo i principi della storiografia espressiva ed ipertestuale, offre integralmente, dove possibile, fonti e storiografia citata insieme alle note del libro, URL: [http://chnm.gmu.edu/digitalhistory/links/pdf/introduction/0.27a.pdf ]. 143 Sugli sviluppi della storiografia digitale americana e i lavori di Edward Ayers, rinvio al mio: La “nuova storiografia digitale” negli Stati Uniti (1999-2004), in “Memoria e Ricerca”, n. 18, 2005, pp. 169185, URL: [http://www.fondazionecasadioriani.it/modules.php?name=MR&op=body&id=339]. 144 L. Cottignoli (a cura di), Scatti di memoria. Dall’archivio fotografico della Federazione delle Cooperative della Provincia di Ravenna, Prefazione di Maurice Aymard, Ravenna, Longo editore, 2002. _ _ _ _ _ p q g 320 SERGE NOIRET all’opera di preservazione e di conservazione digitale del patrimonio documentario venne realizzato anche lì, come alla Dalmine, l’allestimento di una mostra aperta al pubblico e l’organizzazione di un convegno scientifico a partire dalle fotografie. Si poterono studiare alcuni temi della storia locale e delle comunità locali, che sfociarono anche in un’esegesi critica dei documenti fotografici stessi. Le due mostre sui cambiamenti sociali dovuti all’impatto dell’industrializzazione (Dalmine) anche nelle campagne (Ravennate), sono entrambe caratteristiche di un trapianto, nella Penisola, degli scopi deontologici della Public History americana. Le fotografie del lavoro agricolo e della modernizzazione dei paesaggi non erano molto diverse nel loro percorso memoriale, di quelle mostrate dalla Fondazione Dalmine per ravvivare e resuscitare memorie e scrivere così la storia delle collettività locali. Tuttavia, a differenza della mostra della Dalmine, “scatti di memoria” offriva immagini rurali, spiccavano quelle dell’industrializzazione delle campagne: i lavoratori dei campi e delle bonifiche del paesaggio alle prese con attrezzi e macchine, ponti e lavori di ingegneria idraulica, ecc. La storia filtrata dalle fotografie presentate nelle due mostre era simile: il primo XX secolo, la guerra, il fascismo, la seconda guerra, il dopoguerra; simili erano anche le attività sociali e ricreative documentate, quelle allestite da un impresa privata come la Dalmine nelle colonie per i figli dei dipendenti o da un sindacato come la Lega delle Cooperative nella documentazione sulle sue attività nei dopo-lavori. Vi sono i singoli e le loro testimonianze; sono appese allo scatto fotografico le memorie individuali, ma anche le memorie collettive del lavoro, le riunioni di gruppi di lavoratori e, soprattutto, quelle della comunità delle 150 famiglie ravennati e dei loro discendenti che, dalla fine del XIX secolo e durante il fascismo, bonificarono Ostia vicino a Roma. D’altronde, si può scorgere la stessa “nostalgia” dell’essere stato parte di una comunità di lavoro anche nella mostra Faccia a Faccia della Dalmine. Anche lì, davanti alle fabbriche del gruppo industriale bergamasco, vi sono rappresentazioni delle memorie comuni attarverso fotografie di interi gruppi di lavoratori e delle loro famiglie145. Questa socializzazione dell’esperienza, sancita dalla fotografia dei gruppi sul luogo stesso del lavoro o, più spesso ancora, fotografati insieme, con addosso i vestiti della domenica, davanti alla fabbrica o nello studio fotografico, è forse stato uno degli usi più caratteristici della fotografia del XX secolo per testimoniare la memoria collettiva dei gruppi.146 Renzo De Felice e Luigi Goglia hanno scritto che, “…vedere [sic] la realtà, 145 “Ci sono nostalgie in una fotografia, le immagini e i fantasmi che risorgono vertiginosamente …”, scrive E. Borgna, L’Arcipelago delle emozioni, Milano, Feltrinelli, 2001, p. 59. 146 Il contributo di L. Lanzardo, Dalla bottega artigiana alla fabbrica in G. De Luna e D. Mormorio (a cura di), Storia fotografica della società italiana, Roma, Editori Riuniti, 1999, p. 51, mostra fotografie scattate alle maestranze femminili (gruppo di operaie della Pirelli a Milano nel 1883, o all’uscita (e in pausa) degli operai della Manifattura Lane a Borgosesia nel primo Novecento. 147 R. De Felice e L. Goglia, Storia fotografica del fascismo, Bari, Laterza, 1981, p. VII. _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 321 vedere [sic] come i suoi protagonisti vi si vedevano e volevano farsi vedere aiuta certamente a capire meglio tale realtà e gli uomini che a vario titolo concretamente ne facevano parte, la vivevano la determinavano147. Le fotografie digitali che circolano in rete sono fonti per la storia, ma sono anche un medium che produce storia perché cambiano la percezione degli eventi stessi come ho avuto modo di vedere con la circolazione in rete di fotografie violente del conflitto Israelo-palestinese.148 Le fotografie di rete creano storia anche per il solo fatto di essere comunicate al pubblico della rete nei contesti che ne plasmano il senso. Esistono poi gli ego-documenti che descrivono l’esperienza personale e permettono una vasta diffusione, nei media, di elementi di auto-narrazione. In quei casi, le fonti sono prove caricate in rete. In seguito, gli effetti della circolazione dei documenti fotografici, una circolazione ancora maggiore all’epoca dei social networks, aggiungono alle fotografie, un loro senso pubblico. L’uso delle fotografie storiche come fonti della memoria, nelle mostre virtuali e fisiche, oltre che la creazione d’immagini in funzione di discorsi storiografici, sono mezzi essenziali nella creazione di un patrimonio euristico di ogni “storia pubblica”. Le memorie in rete d’individui e gruppi sociali protagonisti di una nuova storia pubblica sono una delle caratteristiche più consistenti della Public History anglo-sassone e delle sue ricadute anche meno “militanti” nei paesi dell’Europa continentale. Molti sono gli esempi di creazione di archivi digitali con i nuovi media e la rete, come il progetto Memoro, la banca-dati della memoria149 che offre la possibilità in varie lingue, di documentare con testimonianze filmate di storia orale, percorsi ed esperienze individuali sconosciute che trovano così un incontro potenziale con il grande pubblico della rete. “De quelle connaissance historique une image peut-elle être la source…»? scrive Eric Michaud in un saggio sul valore storico delle fotografie come fonti della storia150. Susan Sontag ci dice che le fotografie testimoniano dell’esistenza di certe realtà delle quali dubitiamo anche dopo averne sentito parlare, ma che sembrano inequivocabili quando le vediamo rappresentate in uno scatto151. 148 S. Noiret, Visioni della brutalità nelle fotografie di rete, in S. Lusini (a cura di), La cultura fotografica in Italia oggi. A 20 anni dalla fondazione di AFT. Rivista di Storia e Fotografia, Prato, Archivio Fotografico Toscano-Comune di Prato, 2007, pp. 88-106, versione rimaneggiata del saggio anche disponibile in Institutional Repository of EUI Publications - Cadmus, URL: [http://cadmus.eui.eu/dspace/handle/1814/6724]. 149 Il progetto nasce nel corso del 2008 e contiene testimonianze individuali sotto forma di video registrazioni digitali. A differenza del progetto dei Diari di Pieve Santo Stefano che non permette di essere consultato in linea, (Archivio diaristico nazionale, URL: [http://www.archiviodiari.it/]), Memoro offre una banca dati ormai in più lingue di ego-storie; Memoro, la banca-dati della memoria, URL: [http://www. memoro.org/]. 150 E. Michaud, La construction de l’image comme matrice de l’histoire, in «Vingtième Siècle», 72, ottobre-dicembre 2001, pp. 41-52, qui p. 41. 151 S. Sontag, La Photographie, Paris, Seuil, 1979, p. 44. _ _ _ _ _ p q g 322 SERGE NOIRET Nel 2003,”Web Scuola”, un bel sito di didattica della storia nel web che non ha più vita attiva, ma si trova nel web archivi in California152, dedicava un capitolo alla fotografia come fonte storica. Non parlava del ruolo della testimonianza che si poteva aggiungere alle fotografie, un metodo che non era ancora offerto allora, se non in pochi siti anticipatori dell’interscambio potenziale con il pubblico come il MUVI lombardo. “Web Scuola” percepiva il traguardo rivoluzionario del passaggio al digitale per le fonti fotografiche anche per quelle analogiche: “le fotografie del passato ci vengono spesso presentate come una rappresentazione fedele della storia; sembrano avere fermato per sempre un mondo che non c’è più. Anzi, ci si potrebbe chiedere, da quando c’è la fotografia che bisogno c’è di storici? Perché dobbiamo affidare la nostra conoscenza del passato alle interpretazioni soggettive di alcuni specialisti quando possiamo “guardarlo in faccia”, quel passato, nella sua obiettività? È un’idea ingenua, anche se è molto diffusa. In realtà, la fotografia può aiutarci come e più di altri documenti a conoscere il passato. Ma solo se sappiamo farla parlare, se non ci limitiamo a contemplarla ma cerchiamo di cogliere le conoscenze che effettivamente ci fornisce.” Il sito di divulgazione storico-pedagogico Web Scuola traduceva così adattandole per un pubblico non specialistico, alcune concezioni di Susan Sontag. Era un altro modo di scrivere per un variegato e largo pubblico – gli scopi della “Public History” –, quello che la Sontag descriveva come la nascita di un rapporto dialettico tra lo sguardo dello storico che percorre la fotografia e le informazioni, i segni che ne riesce a trarre; la cultura storica affermava la Sontag, permette di illuminare il contesto della fotografia stessa e, di riflesso, anche il soggetto fotografato153. Emmanuel Leroy Ladurie scriveva che le “fotografie parlano loro stesse” ammesso però, che le si sappiano leggere154. L’attività dei Public Historians tende a parlare di fotografie anche a prescindere dall’interesse per chi le fa dal punto di vista artistico e dalla considerazione delle loro qualità estetiche. Grazie al loro intervento su un corpus creatosi in rete, e oltre al lavoro archivistico attraverso le tecnologie, si può anche arrivare ad una sintesi interpretativa delle fotografie che tenga conto delle reazioni suscitate presso il pubblico, alla vista degli scatti fotografici. Sarà dovere dello storico ricercare le possibili verità contenute nella fotografia, ma se l’archivista non aiuta (o non è mai stato all’origine della costruzione del corpus), ciascuno sarà archivista di ego-storie caricate in rete. Il pubblico che fornisce informazioni, procede “da storico” e collabora all’acquisizione di senso dell’oggetto memoriale. Aggiungere tags, annotazioni, commenti agli ego-documenti, arricchisce il corpus, l’archivio “inventato” del quale parlava Rosenzweig, con un percorso pre-storiografico, che è parte del lavoro del Public Historian: l’interazione permette tal- Web Scuola, URL: [http://web.archive.org/web/20021201195705/webscuola.tin.it/risorse/storia/ sommario/fotografia/10/index.htm]. 153 S. Sontag, op. cit. 154 E. Leroy Ladurie, Prefazione a B. Dufour, La Pierre et le Seigle. Histoire des habitants de Villefranche-de-Rouergue, 1860-1950, Paris, Seuil, 1977, pp. 5-25. 152 _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 323 volta di qualificare il senso delle singole fotografie, ma anche dei gruppi di fotografie che trattano dello stesso argomento155. Pierre Bourdieu racconta l’illusione biografica ovvero il tentativo – parlando in prima persona di sé –, di inserire l’individuo in un processo trascendentale “come se fosse messo al servizio di un’intenzione più generale,” scrive Rolf Petri. “Per cui, l’identità personale emergente da siffatta narrazione biografica si intreccia inevitabilmente con la memoria degli eventi collocati tra le coordinate spazio-temporali del campo sociale. L’attore sociale viene così unito agli altri attori“ scrive ancora Petri156. Bourdieu ha inoltre parlato di arte povera parlando della fotografia – photographie un art moyen –, mentre, in realtà, il sociologo parigino individuava nelle fotografie grandi capacità evocative per rintracciare le caratteristiche socio-antropologiche dell’appartenenza e dell’identità dei gruppi, soprattutto attraverso la moltiplicazione seriale degli scatti fotografici (gli album di famiglia, fonti molto utilizzate nell’ambito della Public History, ne sono un esempio egregio)157. La fotografia digitale e il contesto di pubblicazione condivisa sul web confermano oggi le teorie di Bourdieu sulla fotografia come medium che partecipa egregiamente del «campo sociale». Il digitale permette di attingere anche ai più antichi documenti fotografici analogici e permette a chiunque di servirsi dei numerosi archivi di famiglia, quelle fotografie spesso mediocri dal punto di vista artistico, ma non per questo meno importanti ed efficaci nel campo della ricostruzione storiografica e delle memorie individuali e collettive. Di fatto, scrive Christian Delage, tra analogico e digitale, quello che si accetta oggi è che l’immagine fissa o in movimento, non sia più soltanto quella degli specialisti, dei professionisti, delle grandi compagnie televisive158. La fotografia digitale è quella di ognuno e ognuno deve sentirsi in grado di produrre delle testimonianze “sociali” usando i grandi siti di condivisione di immagini o gli allestimenti fatti dagli archivistici o dagli operatori dei musei che rendono la storia pubblica nella rete. 155 Il soggetto fotografato, lo “studium” di Roland, Barthes è l’informazione che lo scatto fotografico rivela al suo lettore e che deriva da un’attenta lettura “obbiettiva” dei contenuti dell’immagine anche con l’aggiunta dei commenti pubblicati insieme ai documenti. Tuttavia, il linguista filosofo francese non intendeva fermarsi a questo livello, razionale e deducibile dall’immagine stessa, dell’informazione e della testimonianza fotografica. Egli ricercava negli scatti un suo coinvolgimento emotivo, un punctum oltre lo studium un emozione forse o un interesse estetico per il documento, è la parte veramente significante per chi legge l’immagine, il dettaglio che fornisce il senso interpretativo allo storico ma prima ancora al processo di condivisione memoriale con chi, vedendo la fotografia digitale cerca i suoi ego-documenti che confermano o ampliano la lettura significante dell’immagine e prende anche il tempo di annotarla. (R. Barthes, La Chambre Claire. Note sur la Photographie, Paris, Editions de l’Etoile, Gallimard, Le Seuil, 1980, pp. 69-96). 156 R. Petri, Nostalgia e Heimat. Emozione, tempo e spazio nelle costruzioni dell’identità, cit. 157 Si veda in tema di album di famiglia, l’interessante progetto di storia pubblica curato presso l’AAMOD, (Fondazione Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico) da G. D’Autilia, Famiglie Laziali, l’autorappresentazione della famiglia in un secolo di fotografie e filmini amatoriali, URL: [http://www.aamod.it/famiglielaziali]. Giovanni Contini: “Salvaguardia e valorizzazione degli archivi fotografici di famiglia.”, in Strategie per la fotografia…, cit., pp. 25-27. 158 Ch. Delage (a cura di), La fabrique des images contemporaines, Paris, Éditions Cercle d’art, 2007, p. 182. _ _ _ _ _ p q g 324 SERGE NOIRET Le nuove tecnologie, grazie al digitale, abitano negli strumenti che usiamo quotidianamente e mischiano anche i diversi media, che vengono combinati fra loro, come nel caso del telefono cellulare che è allo stesso tempo un apparecchio fotografico e un vettore di contenuti per la rete. Questa diffusione dell’apparecchio fotografico digitale all’interno dello strumento più popolare di comunicazione, il cellulare, ha permesso alla fotografia sociale (fatta da tutti, per tutti e su tutte le tematiche della vita sociale) di conservare molte memorie individuali che nei decenni passati erano state volta a volta affidate alla penna, al foglio, al diario, alla lettera, alla cartolina. Queste memorie che avevano, finora, avuto un numero di potenziali corrispondenti molto limitato – la cerchia ristretta della famiglia, un altro individuo –, quando approdano sul web come testimonianze di pratiche individuali, diventano in realtà, delle vere pratiche collettive che prendono senso “sociale” proprio dalla ripetitività dell’atto stesso di caricamento in rete. Sono costumi, quelli di pubblicizzare anche gli atti più personali, che si ripetono e si documentano nei siti web di condivisione come Google-Picasa, MySpace, Facebook, Youtube o anche Flickr. Questi siti web sono diventati la più straordinaria testimonianza collettiva del nostro tempo e, allo stesso tempo, pongono enormi problemi di riservatezza, di conservazione, di stabilizzazione dei contenuti, oltre che di archiviazione per l’accesso delle generazioni future. Il successo di Flickr proviene dalle funzioni di condivisione elaborate per fare dialogare gli utenti tra di loro, e attorno alle immagini. Così si costruiscono estese ragnatele di parole chiave, di descrizioni, di abstracts, di commenti di contatti o di segnalazioni e rinvii ad altri siti web. E la popolarità del sito diventa tale che attrae anche la presenza delle istituzioni della conservazione della memoria fotografica e le loro collezioni per permettere una più ampia condivisione pubblica dei patrimoni analogici attraverso il digitale159. A sentire Stewart Butterfield e Caterina Fake, fondatori di Flickr, il successo di Flickr scaturisce da una loro intuizione, quella di avere riconosciuto soprattutto “la natura sociale della fotografia”160 Aggiunge Christian Delage a proposito di quell’uso sociale delle fotografie digitali161: “on fait des photographies pour les montrer. Ce postulat si simple – et pourtant absent de la plupart des réflexions générales sur le médium – est celui sur lequel s’appuie Flickr»162. La biblioteca del Congresso di Washington ha aggiunto a Flickr alcune delle sue collezioni di fotografie ottocentesche: The Library of Congress’ photostream, URL: [http://www.flickr.com/photos/ library_of_congress/]. 160 J. Graham, Flickr of idea on a gaming project led to photo website, in “USA Today”, 27 febbraio 2006, URL: [http://www.usatoday.com/tech/products/2006-02-27-flickr_x.htm]. 161 Ch. Delage (a cura di), La fabrique des images contemporaines, cit., p. 172. 162 Ivi, p. 174. «Flickr s’est développé à la manière des anciens photo clubs ou des sociétés d’amateurs, sur les bases du partage et de l’émulation, avec une puissance démultipliée par l’extension mondiale et la dimension ludique du web interactif. Pour ceux qui jouent le jeu d’exposer leur album familial, attendent les commentaires de leur réseau d’amis, s’inscrivent à des groupes thématiques et se livrent à leur tour à l’exercice de la critique en direct, la plate-forme fonctionne à la fois comme une galerie ouverte et comme un formidable outil pédagogique. Mais le site est aussi caractérisé par sa capacité à se prêter à toutes les appropriations: qu’il soit militant, culturel, artistique, chacun peut créer ou adapter grâce à lui, son 159 _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 325 La fotografia digitale non è sempre riconosciuta come “vera fotografia”, come lo erano invece le fotografie analogiche con gli eventi impressi nell’argento attraverso i processi chimici. Delage ricorda le due copertine di “Times e “Newsweek” del 1994 con O.J. Simpson e il “maquillage” della fotografia di “Times”163, con l’accentuazione in chiave razzista del colore nero della pelle di Simpson. Tale operazione meramente “digitale”, ha avuto come conseguenza di negare lo statuto di fonte valido per una testimonianza, e per molti anni, alla fotografia digitale. Si è dovuto forse aspettare le immagini violente, scattate nel carcere di Abu Ghraib nel 2004, usate come prove nei processi all’esercito americano in Iraq, per riparlare di fotografie come testimonianze e prove anche sotto forma di scatti digitali. La veridicità delle immagini non è data in realtà dal modo con il quale sono state scattate – fotografie su carta argentata o fotografie digitali nel caso di Abu Ghraib –, ma dal contesto della loro pubblicazione, la loro prima pubblicazione sul New Yorker e poi nel resto del mondo, oltre che dal loro uso come prove dell’accusa nei processi contro l’esercito americano164. Oggi, il ruolo dell’individuo come “citizen journalist” – storico pubblico in fieri almeno per quanto riguarda la costruzione di un corpus documentario – che registra gli eventi al quale partecipa usando dei media a sua disposizione per collegarsi in rete, è un comportamento che si diffonde nel web. Le tracce di una presenza sociale, le prove di un evento, le fonti che raccontano gli accadimenti vissuti in prima persona, sono ormai diventate strumenti per una pratica comune di documentazione partecipativa nota anche ai cittadini stessi che caricano in Flickr o YouTube fotografie e video. Vi si ricorre per documentare pratiche di cosiddetto “bullismo” a scuola o azioni violente, dai pestaggi agli stupri di gruppo fino ai massacri annunciati nelle scuole e ai suicidi in diretta, tutte azioni violente che rispondono tuttavia ad uno scenario pianificato in anticipo e documentato in seguito. Esse sono usate anche per ritrarre eventi casuali nell’immediatezza dell’azione, come gli atti terroristici nella metropolitana londinese, a King’s Cross, nel luglio del 2005. Fu un testimone diretto che usò il suo cellulare subito dopo gli attentati islamici per illustrare l’accaduto con le prime immagini165. Le pratiche documentarie e d’informazione che abbiano al centro l’analisi e il ritrovamento delle immagini debbono purtroppo ancora passare principalmente dallo propre usage des images… Plus qu’un simple outil, Flickr est désormais un phénomène culturel, représentatif de l’émergence du web interactif.» 163 Ch. Delage (a cura di), La fabrique des images contemporaines, cit., pp. 117-123. 164 Altre fotografie pubblicate da originali analogici in bianco e nero su presunte malversazioni dei soldati britannici in Iraq, si sono rivelate false: la fotografia digitale diventa così integralmente parte delle fonti storiche, acquista lo statuto di prova e viene rifiutata come la fotografia analogica quando è visibilmente truccata come nel caso dei bombardamenti di Beirut dell’agosto 2006 quando l’agenzia Reuter cancella le fotografie di Adnan Hajj, visibilmente truccate con l’aggiunta di colonne di fumo nero per renderle più spettacolari. Quello che conta è la veridicità delle testimonianze, non il formato o tipo di media nel quale vengono trasmesse: carta/argento verso digitale. (Ch. Delage (a cura di), La fabrique des images contemporaines, cit., pp. 124-142.) 165 Ivi, p. 183. _ _ _ _ _ p q g 326 SERGE NOIRET scritto. Le banche dati di fotografie digitali o di immagini in movimento che i grandi motori di ricerca come Google Immagini o Google Video indicizzano, gravitano sempre attorno alle parole nei thesauri, nelle folksonomies, nell’uso dei tags sociali, soggettari spontanei di Delicious. Le meta-informazioni sono parole che descrivono i contenuti visivi o audio (talvolta anche il nome stesso del documento) e non trattano il contenuto delle immagini digitali formato da un’architettura di un numero di punti nello spazio – i pixels – che definiscono le forme, gli oggetti rappresentati, le luci e le ombre, i colori dell’immagine digitale e dei filmati. Tuttavia, il web semantico è alle porte. Nuove possibilità di annotare l’interno dei filmati, di sezionarli e di archiviarli sono ormai realtà, come il programma Vertov usato per catalogare i video nelle biblioteche di Zotero con l’uso di tags personali, le parole che indicizzano momenti interni al filmato, il montaggio, i piani, le sequenze, fino ai singoli videogrammi come scatti unici166. Numeri significanti di pixels possono permettere di rintracciare le immagini nei nuovi motori di ricerca come TinEye167 e dunque di capire come il digitale sia in grado di trasformare le immagini a partire di un unico originale, registrando in fieri un percorso storico dell’uso e delle trasformazioni della documentazione fotografica – ed iconografica – in rete. Il nuovo scenario offre enormi potenzialità per chiunque voglia lavorare con – e a proposito di – immagini nella rete. Ci troviamo anche ad un bivio che apre possibilità rivoluzionarie di cercare le immagini come fonti della storia contemporanea. Questi nuovi metodi della ricerca delle fotografie in rete, avranno implicazioni importanti anche per la creazione degli archivi inventati e tematici come quelli che ho avuto modo di citare in queste pagine e, in generale, per lo svolgimento delle attività della Public History168. Vertov free media annotating plugin for Zotero, URL: [http://digitalhistory.concordia.ca/vertov/]. Caricare una fotografia o un indirizzo di rete nel motore TinEye, permette di confrontare la banca dati con i pixels che vengono sottomessi ad indagine per dire dove la stessa immagine è stata pubblicata o, anche, se non sono troppo pochi, parte dei pixels della stessa immagine. TinEye Reverse Image Search Engine, URL: [http://tineye.com/]. 168 Una mia corrispondenza con i responsabili del motore di ricerca in Canada chiarisce meglio alcuni limiti del motore, Scrissi a TinEye: “I had a specific query which is more methodological. Look at the Library of Congress page [Library of Congress: Solving a Civil War Photograph Mystery, 19 settembre 2008, httP://lcweb2.loc.gov/pp/cwphtml/cwpmystery.html] which deals with a false picture of Ulysse S. Grant and how they proceeded to identify the real one. I thought Tineye would have solved it quite immediately in this way: take the small image of Grant’s Head and look for where these pixels would appear in your databank. No results. But if you ask directly for the original image saved or using the LOC link you’ll find plenty of uses of that image! So what’s wrong because it’s not a question of content limitation of the database?” E questa fu la risposta: “The small image of Grant’s head has been cropped, resized, and put on a different background. TinEye is accurate but it does have its limitations when dealing with severe modifications. (If you’re curious, TinEye’s bigger, stronger brother PixID probably would have been able to spot the match http://ideeinc.com/products/pixid/gallery). It would be difficult for TinEye to distinguish Grant’s face in the original, more complex photograph given the modified nature of the cropped version as a starting point”. 166 167 _ _ _ _ _ p q g “PUBLIC HISTORY” E “STORIA PUBBLICA” NELLA RETE 327 Il ruolo sociale della storia, la sua discesa nell’arena pubblica e l’uso pubblico della storia nel senso più comune in Italia, la sua diffusione nei media anche attraverso le fotografie, questi diversi modi di interazione pubblica tra storia e consumatori di storia, non sono soltanto un nuovo modo di portare la storia “per strada”, ma anche di interrogarsi su cosa la storia rappresenti nella società civile di un intero paese con i suoi “bisogni di storia”. Essere capaci di alzare il livello pubblico di consapevolezza nei confronti della storia – anche utilizzando i nuovi media – va di pari passo con la necessità di individuare il tipo di pubblico al quale rivolgersi. Entrambe le problematiche sono forse quelle più sentite per definire l’indirizzo professionale del Public Historian. Serge Noiret (Istituto Universitario Europeo)
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